In principio, probabilmente, fu “Il miliziano colpito a morte” di Robert Capa datato 1936. Un segno premonitore. Il primo tassello di un’idea di fotoreportage giornalistico che avrebbe cambiato il mondo. La Magnum Photos sarebbe nata una decina d’anni dopo, ma lo spirito di “nobile generosità” nel ritrarre l’esistenza, su quella collina di Cordoba, davanti al soldato repubblicano colpito a morte dai franchisti, si era manifestato all’obiettivo del fotografo di origine ungherese. Gli scatti del sublime Capa, come quelli di Henri Cartier-Bresson, George Rodger, e David Seymour – i quattro fondatori della Magnum Photos – si potranno ammirare fino all’8 febbraio 2015 nel nuovo Museo del Violino di Cremona, grazie alla mostra “La nascita di Magnum”: 113 scatti equamente suddivisi per 25 ad autore, più un’introduzione al percorso espositivo con una sezione dedicata proprio al Capa “prima di Magnum”, con celebri immagini della guerra civile spagnola, del conflitto fra Cina e Giappone e della seconda guerra mondiale.
La storia ha inizio il 22 maggio del 1947 al ristorante del Museum of Modern Art di New York, quando la “Magnum Photos Inc”, nome che prendeva spunto dalla celebre marca di champagne, viene iscritta al registro delle attività americane. A firmare furono Capa, Cartier-Bresson, Rodger, Seymour e William Vandivert. Un progetto che si fondava sulla tutela del lavoro del fotografo e  sul rispetto dei diritti fotografici degli associati. Attraverso  l’adozione della formula “cooperativa”, i fotografi divennero proprietari del loro lavoro, presero decisioni collettivamente, propesero autonomamente alle testate i propri lavori per non rimanere assoggettati alle esigenze editoriali delle riviste, rimanendo proprietari dei negativi, garantendo così un pieno controllo sulla diffusione delle immagini esteso ai testi delle didascalie associate alle foto e al perentorio divieto di manipolarle.
“E’ curioso che con la fine della seconda guerra mondiale, e l’avvento della pace, questi fotografi già in attività si trovino di fronte ad un vuoto tematico, ad una mancanza per così dire di materia prima”, spiega al fattoquotidiano.it il curatore della mostra, Marco Minuz, “ma è proprio grazie a quell’ idea di indipendenza professionale rispetto alle agenzie formatasi nella partecipazione anche “politica” durante la guerra civile spagnola, Capa e Seymour la seguirono, che la Magnum nasce”. Fondata la nuova coop fotografica, i quattro si spartiscono le aree geografiche di competenza per garantire così una piena copertura ad ogni avvenimento mondiale. La mostra cremonese cerca di ricomporre proprio quei tasselli di mondo immortalato dalla Magnum: i 25 scatti di Seymour sono quelli del reportage chiestogli dalla Unicef sui bambini bisognosi nell’Europa del dopoguerra; quelli di Cartier-Bresson sono dedicati all’India appena divenuta indipendente e poi al Mahatma Gandhi, fotografato il 30 gennaio del ’48 prima che un estremista indù lo uccida, poi al seguito dei suoi funerali; Rodger, traumatizzato dall’orrore dei campi di concentramento di Bergen- Belsen (è il primo fotografo ad entrarvi nel 1945), va in Africa con la moglie Cicely e realizza reportage sulla comunità dei Nuba sudanesi; infine Capa che dal 1948 si occupa con costanza di reportage dedicati alla nascita dello Stato di Israele e dei campi profughi.
“Magnum  in quegli anni  era chiaramente figlia di una elite straordinaria di fotografi, successivamente per ragioni economiche ha diversificato la sua attività anche in una chiave non esclusivamente giornalistica”, spiega il celebre fotografo Mario Dondero che iniziò la sua attività “in solitaria” proprio in quegli anni, “È stato un momento glorioso quello dei suoi esordi. Magnum era vista come un luogo privilegiato. Ha avuto un impatto fortissimo e, nel mio caso, soprattutto attraverso i tratti zingareschi che accompagnavano il lavoro di Capa”. Visto il pericolo corso nel lavoro di fotoreportage, la Magnum fu subito funestata dalla morte di due dei suoi membri originari – Capa morì su una mina in Indocina nel ’54, Seymour nel ’56 venne falciato da una raffica di mitragliatrice in Egitto – ma mentre decine di concorrenti hanno chiuso rotative e camere oscure, la coop newyorchese è ancora in piena attività con 54 fotografi membri, dopo aver registrato firme celebri per ogni decennio: dal recentemente scomparso René Burri fotografo del Che, al giovane reporter britannico Tim Hetherington morto in Libano nel 2011, fino a star da National Geographic come Steve McCurry. “Nonostante l’avvento del web e l’amatorialità di improvvisati fotografi contemporanei, la Magnum mantiene intatto l’atteggiamento delle origini”, conclude Minuz, “credo che il filo rosso sia questo approccio mai volgare alla realtà ritratta, un modo rispettoso e misurato rispetto a ciò che si ha di fronte all’obiettivo e mai di una spettacolarizzazione fine a se stessa”.