Pechino è arrivata l’anatra zoppa (lame duck), cioè un Barack Obama bastonato dalle elezioni di midterm, costretto a intervenire al summit Apec (Asia-Pacific Economic Cooperation) ammiccando da un lato ai repubblicani, che si sono presi il Senato, ma senza offendere dall’altro il gentile ospite cinese. In un capolavoro di politichese, Obama ha detto che la situazione a Hong Kong – dove da più di un mese il movimento Occupy sfida Pechino – è “complessa” e che la priorità degli Stati Uniti è che laggiù “non ci siano violenze”. Per poi aggiungere che il suo Paese “non la smetterà di parlare di diritti umani in Cina e della situazione a Hong Kong poiché ciò è nel suo interesse”.

Obama comunque ha cercato di tranquillizzare il Dragone. Il presidente Usa – nel corso del vertice che nasce nel 1989 e connette i Paesi che si affacciano sull’Oceano Pacifico, legando economie emergenti a Paesi leader mondiali – ha affermato: “Vogliamo che la Cina faccia bene. Siamo in concorrenza per le imprese, ma cerchiamo anche di collaborare su una vasta gamma di sfide e opportunità comuni”. Molto più concretamente, Obama ha aperto alla concessione di visti business decennali e di studio quinquennali ai cinesi che vogliono recarsi negli Stati Uniti. Washington spera di attirare così i viaggiatori cinesi, che sono un po’ le nuove galline dalle uova d’oro del turismo mondiale. Si calcola che circa 100 milioni di sudditi del Celeste Impero abbiano viaggiato l’anno scorso, ma tra questi,  meno del 2 per cento sia andato negli Stati Uniti.

Quanto al famoso TTP – Trans Pacific Partnership – cioè il trattato di libero scambio made in Usa che esclude la Cina, il presidente ha convocato all’ambasciata di Pechino i rappresentanti degli 11 Paesi che dovrebbero farne parte, ricordando “che è una grande opportunità”. Domani, dovrà spiegare a Xi Jinping per chi e in che senso.

Intanto, nella tarda mattinata, il presidente cinese Xi Jinping e il premier giapponese Shinzo Abe hanno avuto un incontro definito da tutti “rompighiaccio”, ma che sarebbe meglio chiamare “storico”: per la prima volta i due si parlano, almeno ufficialmente, da quando sono entrati in carica quasi contemporaneamente a fine 2012. L’incontro è durato circa mezz’ora e Abe ha poi riferito di avere chiesto a Xi l’istituzione di un “meccanismo di comunicazione marittima” – cioè una linea diretta tra i due capi di stato – per prevenire qualsiasi conflitto nel mar Cinese Orientale, dove continuano le dispute territoriali per le isole Senkaku/Diaoyu. Secondo l’agenzia Nuova Cina, Xi avrebbe invece sottolineato l’importanza dei legami tra i due Paesi sulla base dello slogan: “Utilizzare la storia come specchio e guardare il futuro”.

Sempre in mattinata, Cina e Corea del Sud si sono accordate su un trattato di libero scambio, ratificando così l’avvicinamento tra Seul – storico alleato Usa – e Pechino. Non è un mistero che la presidentessa Park abbia fatto dei rapporti con la Cina una priorità del proprio mandato e anche Xi Jinping sembra sempre più distante dalla Corea del Nord e più vicino al “responsabile” dirimpettaio a sud del 38° parallelo.

A oggi, primo dei due giorni caldi del summit, la Cina ha già portato a casa un sostegno più o meno condiviso al Free Trade Agreement for the Asia-Pacific (FTAAP), la sua proposta di area di libero scambio più allargata e inclusiva del TTP statunitense. Pechino si fa forte del fatto che il progetto Usa ha problemi a decollare, visti i conflitti commerciali che dividono Washington dai suoi stessi partner e alleati più stretti, Giappone in primis, con cui non c’è accordo su settori come agricoltura e auto.

Pechino ha poi lanciato ufficialmente la “Nuova Via della Seta” (con 40 miliardi di dollari di investimenti iniziali), la rete di infrastrutture che dovrebbe arrivare fino al Mediterraneo; ha quindi stretto un accordo sul gas con la Russia (30 miliardi di metri cubi l’anno che si aggiungono ai 38 miliardi pattuiti la scorsa primavera) e avuto il consenso di tutti i membri Apec sull’istituzione di una rete sovranazionale anticorruzione (ACT-NET), cioè un modo per andare a pescare i funzionari che se la filano all’estero con la mazzetta in tasca.

Alla vigilia del summit, Wang Yiwei, professore di relazioni internazionali e membro di diversi think tank cinesi vicini alla stanza dei bottoni, aveva detto che la Cina avrebbe puntato a tre obiettivi: creare un’area di libero scambio in tutta l’area dell’Asia-Pacifico; sviluppare una maggiore connettività tra tutti i Paesi coinvolti (non solo strade e ferrovie, ma anche elettricità, internet, valuta e gas/oleodotti) e attivare una rete anticorruzione. Ci siamo quasi.

di Gabriele Battaglia