Sta facendo discutere la presa di posizione di Maurizio Costa, neo Presidente della Federazione italiana editori di giornali a proposito dell’esigenza che Google paghi agli editori italiani i diritti d’autore loro dovuti: “Chiediamo solo che paghi il giusto chi utilizza contenuti editoriali di proprietà di altri” dice Costa in un’intervista a Repubblica. “È ora che questo gigante come qualsiasi aggregatore di notizie di Internet, riconosca il diritto d’autore per gli articoli, le foto, i video linkabili da Google News”.

Sono queste – tra le altre – le affermazioni del Presidente della Fieg che hanno riacceso un dibattito, in realtà mai completamente sopito, che va avanti, in tutta Europa, ormai da anni. Gli editori rimproverano a Google di aver ridisegnato – a proprio esclusivo vantaggio e cannibalizzando i contenuti da essi prodotti – le dinamiche della circolazione delle informazioni e bruciando posti di lavoro e Big G si difende sostenendo di redistribuire, proprio agli editori, miliardi di dollari ogni anno in pubblicità.

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Difficile individuare chi ha ragione e chi torto – ammesso che vi sia qualcuno che ha ragione e qualcuno che ha torto – e, soprattutto, difficile trovare una soluzione. Fin qui le soluzioni individuate in Francia ed in Germania sono risultate, per ragioni diverse, inefficaci.

In Francia gli editori hanno “bruciato” in fretta i 60 milioni di euro che Google ha messo sul tavolo per aiutarli nel processo di digitalizzazione e stanno, dunque, tornando a battere cassa mentre in Germania, dove gli editori, lo scorso anno, hanno chiesto ed ottenuto il varo di una legge che impedisce a Google – ed agli altri aggregatori – di riprodurre più del titolo di ogni articolo senza l’autorizzazione degli editori, anche i più grandi editori, nelle scorse settimane, dopo qualche giorno di esperimento fuori da Google News, stanno, oggi, chiedendo a Google di risalire a bordo, naturalmente in modo assolutamente gratuito.

Ma proprio la complessità della situazione e la difficoltà di identificare soluzioni eque ed efficaci impone di guardare al problema con la maggiore obiettività possibile e, soprattutto, per quanto possibile non limitandosi a pensare al giorno dopo – come avvenuto in Francia – ma sforzandosi di spingere sguardo e riflessioni il più lontano possibile. Mai come in questa vicenda la miopia è pericolosa.

E, in questa prospettiva, vale la pena, innanzitutto, ricordare che, allo Stato – contrariamente a quanto sembra a leggere le parole del Presidente della Fieg – Google non viola alcun diritto d’autore degli editori né sconta – come, invece, sembrerebbe a leggere l’intervista di Costa – una posizione di privilegio rispetto ad altri aggregatori.

Non si tratta di assumere la difesa d’ufficio di Big G – che non ne ha bisogno – ma di dire le cose come stanno per evitare pericolosi equivoci e fraintendimenti che potrebbero dar vita ad inutili e dannose caccie alle streghe.

Ovviamente, come accaduto lo scorso anno in Germania e una manciata di giorni fa in Spagna, in linea di principio, nulla vieta al Governo o al Parlamento, di introdurre una nuova legge che preveda che chiunque utilizzi un link ad un altrui contenuto ha bisogno di un’apposita licenza o, comunque, deve pagare un compenso. A quel punto, ovviamente, se Google volesse continuare ad includere i contenuti degli editori italiani nei propri servizi dovrebbe chiedere loro permesso e, magari, versare loro un prezzo.

Ma altrettanto dovrebbero fare – perché i contenuti coperti da diritto d’autore sono tutti eguali e tutte eguali sono le forme di impiego dei relativi link – gli editori di giornali quando linkano altrui contenuti e tutti gli aggregatori, ben più piccoli di Google, che, magari, sognano, un giorno, di insidiare Big G, alla guida del mercato.

Insomma, tutto si può fare, armando la penna del legislatore e chiedendo una Google lex ma l’importante, è riflettere attentamente sugli effetti collaterali che potrebbero determinarsi tanto in termini di mercato che in termini di democrazia, per la quale la massimizzazione della circolazione dei contenuti e la limitazione di ogni forma di restrizione è una risorsa essenziale ed irrinunciabile.

Guai, insomma, a fingere che non esista alcun problema o a negare che gli editori facciano bene a preoccuparsi per il loro presente e, soprattutto, per il loro futuro – anche se, magari, con un pizzico di autocritica in più – ma tra richiamare l’attenzione su questa situazione e chiedere a Governo e Parlamento di “inventare”, in laboratorio, nuovi diritti d’autore il passo e davvero lungo e prima di compierlo sarebbe opportuno pensarci due volte.

E’ sbagliato affrontare una questione di equità fiscale e di mercato – che, peraltro, riguarda essenzialmente una manciata di grandi corporation – snaturando la disciplina sul diritto d’autore e “piegandola” verso scopi ed obiettivi che, evidentemente, non le appartengono e che, anzi, ne contraddicono la filosofia troppo spesso dimenticata che è quella di promuovere la circolazione di ogni contenuto creativo.

Introdurre un nuovo diritto connesso al diritto d’autore in forza del quale per linkare un contenuto c’è bisogno dell’autorizzazione del suo autore e/o di pagare un compenso, significa legittimare centinaia di milioni di produttori di contenuto in tutta Europa ad esigere un pagamento a fronte del link ai propri contenuti da chiunque utilizzati perché, naturalmente, una volta entrati nella logica del diritto d’autore non si può discriminare tra i contenuti prodotti da un editore per le pagine del proprio giornale online e quelli prodotti da un blogger e, magari, pubblicati sulle pagine dello stesso giornale.

L’uno e l’altro sono contenuti creativi e gli autori dell’uno e degli altri devono evidentemente avere eguali diritti. Ma è economicamente sostenibile un modello di circolazione dei contenuti online di questo genere? Val la pena di pensarci due volte, prima di proporre soluzioni di questo genere perché la cura, potrebbe risultare peggiore del male.