La corsa è definitivamente cominciata. Con un comunicato del Quirinale Giorgio Napolitano non smentisce e non conferma le ipotesi di dimissioni, trapelate sui giornali nelle precedenti ore. Una nota che, però, non fa altro che accreditare l’imminente abbandono della presidenza della Repubblica. Uno scenario che si complica sempre di più, specie se a questo elemento si aggiunge l’atteggiamento di Silvio Berlusconi, che dalle colonne de La Stampa incalza il premier Renzi (“il suo obiettivo è andare al voto presto”), ma allo stesso lo rassicura, dicendo che non è sua intenzione rompere il patto del Nazareno. Un patto sulle riforme che appare indissolubile anche agli occhi del ministro Boschi: “In questo momento non c’è alcun confronto governo-M5s”.

Ma lo scenario è in continuo mutamento. E c’è chi giura a ilfattoquotidiano.it che “finora a Renzi gli è andato tutto liscio, ma questa dell’elezione del successione di Napolitano sarà la prima, grande prova per lui”. Elezioni del capo dello Stato che si intrecceranno con dossier delicati, come quelli sul Jobs Act o sulla legge di Stabilità, e, soprattutto, con la legge elettorale, su cui al momento le distanze fra i partecipanti al tavolo appaiono siderali. Ed è per questo che un parlamentare democrat a taccuini chiusi arriva a dire che si preannuncia “una manfrina che andrà avanti per settimane. Settimane in cui non si arriverà mai a un accordo né a una rottura definitiva. Ma rispetto a un accordo con Berlusconi, Renzi non ha vie alternative”. Tutto, quindi, passerà sì da una legge elettorale che martedì – come ripetuto a più riprese dal premier – sarà incardinata in commissione Affari Costituzionali al Senato. Ma, secondo la fonte del Fatto.it, “Berlusconi ha bisogno ancora di tempo. Per quanto in queste ore gli possa dire di sì, la legge elettorale gliela farà fare in modo che non si torni al voto prima dell’ottobre prossimo. Oltretutto non è neanche detto che la legge elettorale sia quella di cui si sta parlando”.

Ecco, quindi, intrecciare il percorso delle riforme, con l’elezione del nuovo inquilino del Colle. Uno scenario che porta a riavvolgere il nastro e a ricordare ciò che è già successo in occasione della elezione dei giudici della Corte Costituzionale – una sorta di mini-prova di elezione per il Colle – dove l’accordo Pd-Fi non ha retto e il Parlamento ha lasciato impallinare uno dietro l’altro Luciano Violante, Antonio Catricalà, Ignazio Francesco Caramazza, e, infine, qualche giorno fa la docente Stefania Bariatti. Naturalmente il profilo del prossimo presidente della Repubblica sarà determinato dalla maggioranza che lo eleggerà. Ma, “tendenzialmente – confessa un renziano della prima ora a ilfattoquotidiano.it – direi che il successore di Napolitano lo eleggeremo con Forza Italia, però la bìzzaria del nostro Parlamento è totale…”.

Di fatto l’accordo Pd-M5s, che ha retto per l’elezione di un membro laico del Csm e per quello di un membro della Consulta, in casa Pd è stato usato per mettere pressione ad Arcore e dintorni.  E per iniziare la trattativa sul successore di Giorgio Napolitano con Forza Italia, nonostante le smentita del ministro Boschi. Tra i nomi che girano con insistenza in Transatlantico i più gettonati sono: Anna Finocchiaro, Roberta Pinotti, Walter Veltroni, Piero Fassino, Franco Bassanini, Linda Lanzillotta, Giuliano Amato. Ma trattasi pur sempre di un Parlamento “bizzarro”. Ecco perché in questo schema c’è chi fa il tifo per l’ex inquilino della Farnesina, Emma Bonino. La radicale è un nome fuori dagli schemi partitocratici di Pd e Fi su cui i cinquestelle non dovrebbero storcere il naso. Ma in questo schema ad incastri,  fatto di tecnicismi elettorali e parlamentari, tutto fa pensare che la velocità non esiste. E l’impasse, appare dietro l’angolo. Sintetizza un parlamentare di lungo corso: “Ancora ne succederanno di tutti i colori, siamo sicuri che Napolitano lascerà?”.

Twitter: @GiuseppeFalci