Franco-Antonicelli

Si è felicemente concluso a Torino il convegno dedicato a Franco Antonicelli ovvero Il coraggio della cultura, promosso dall’Unione culturale Antonicelli, dal Centro Gobetti e Villa Cernigliaro dimora storica, sulla figura forse più eclettica, sfaccettata e ammirevole della cultura italiana fino al 1974, anno della dipartita di un intellettuale liberal che non esitò a schierarsi dalla parte della classe operaia e della sinistra anche più intransigente.

Instancabile e accanito antifascista già presidente a 42 anni del Cln Piemonte, poi senatore della sinistra indipendente, raffinato umanista laureato in Lettere e in Giurisprudenza, Franco Antonicelli fu innanzitutto un innovatore in campo culturale. Tanto è vero che, in qualità di direttore dell’editrice Frassinelli prima e della sua casa editrice Francesco de Silva poi, pubblicò per la prima volta in Italia, le opere di Kafka, il Moby Dick Melville nella celebre versione pavesiana, nonché il Dedalus di Joyce, L’Armata a cavallo di Babel, Riso nero di Sherwood Anderson, per non dire di O’Neill, Twain & via discorrendo. Scoprì anche Danilo Dolci, il teatro di Ibsen che fu il cavallo di battaglia di Gobetti quello per intenderci de La Rivoluzione Liberale, ancora di là da venire in questo ex ridente paese.

Nato a Voghera nel 1902 da padre militare e da una gentildonna, Antonicelli letterato antifascista con tanto di arresti e confino, nel 1929, reo d’aver firmato una lettera di solidarietà a Benedetto Croce, venne colpito per la prima volta dalle misure di polizia del regime, subendo anche il personale attacco di Mussolini che ebbe a de/finire il nostro “imboscato della storia” per aver criticato il Concordato fra Stato e Chiesa.

Nel 1934 divenne collaboratore della rivista Cultura edita da Einaudi e vicina al movimento antifascista Giustizia e Libertà fondato nel 1929 da Carlo Rosselli. In quegli anni il professor Antonicelli campò dedicandosi all’insegnamento anche nei panni di precettore di Giovanni Agnelli.

“Bobbio era prudente e Antonicelli si esponeva” – ha sottolineato Pietro Polito direttore del Centro Gobetti. Tanto è vero che il 15 maggio 1935 Antonicelli venne nuovamente arrestato con Carlo Levi, Cesare Pavese ed altri duecento antifascisti piemontesi, in seguito alla delazione di Dino Segre, in arte Pitigrilli, spia dell’Ovra, che smantellò la rete clandestina di Giustizia e Libertà. Rinchiuso prima nelle Carceri Nuove di Torino e poi trasferito a Roma, fu condannato a tre anni di confino, poi ridotti a uno, da trascorrere ad Agropoli, piccolo paese costiero in provincia di Salerno, lui d’origine pugliese, dove sposò in tight & cilindro Renata Germano figlia di un notaio della Fiat.

Nel 1947 come editore in proprio Antonicelli pubblicò Se questo è un uomo di Primo Levi rifiutato dall’editoria italiota tutta compresa l’Einaudi, mentre presso la Rai introdusse il Topolino di Walt Disney e scrisse un pezzo in/credibile su Marylin Monroe. Sempre nel 1947 ricevette Gaetano Salvemini al ritorno dall’America e contribuì a fondare l’archivio della Resistenza.

Definito da Italo de Feo della Rai “filocomunista & comunistoide” nonché un compagno scomodo del Pci che “parla come un budino” – com’ebbe a ridir di lui il compagno Togliatti Palmiro.

Considerò il ’68 come continuatore della Resistenza e nel maggio dello stesso anno Antonicelli venne applaudito dagli operai della Fiat come candidato indipendente del Pci-Psiup.

Rappresentante di una borghesia illuminata liberale e persino socialista, ormai sostituita dai rampantismi berlusconiani & fi/renzini, Franco Antonicelli con il suo lavoro intellettuale e il suo coraggio civile, ha finito per influenzare, oltre alla sua generazione, le due che l’han seguita. Se per vivere una vita piena sono indispensabili intelligenza, fegato e cuore, Franco Antonicelli li aveva tutti e tre.

Tra i numerosi interventi che hanno vivacizzato il convegno come quelli di Patrizia Antonicelli, Marco Gobetti, Giovanni de Luna, Marco Revelli, Goffredo Fofi, Bruno Gambarotta, Alberto Papuzzi, Bruno Quaranta, Bruno Segre e degli altri che hanno ripercorso e dettagliato i rapporti intercorsi tra Franco Antonicelli e Primo Levi, Luigi Einaudi, Norberto Bobbio, Italo Calvino, Guido Gozzano, Antonio Gramsci, Piero Gobetti, Leone Gingburg, Massimo Mila, Barbara Allason ma soprattutto Cesare Pavese che ebbe a de/finire Antonicelli “uno dei tipi culturali più significativi di Torino” nonché “onestissimo, sincero e coraggioso democratico” la nota più azzeccata ci è sembrata quella di Massimo Novelli: “Antonicelli aveva la sfortuna di essere un uomo elegante”. Insomma un vero & proprio dandy persino bello – teniamo a precisare noi che abbiamo avuto l’onore e il piacere di conoscerlo – due at/tributi non proprio graditi dalla cultura catto-fascio-comunista che ancora attarda questo ex bel paesino… a parte ovviamente Torino.