Ne aveva parlato direttamente con la ministra Boschi durante un collegamento nello studio delle Invasioni Barbariche lo scorso marzo. E’ stato un appello al vento quello di Luca Ricolfi, sociologo, professore ed editorialista de La Stampa. Ricolfi da tempo incalza il governo sulla necessità di rivoluzionare i contratti lavorativi e di inserire all’interno delle proposte di riforma del lavoro attuali il maxi-job.

StampaSe il mini-job tedesco diminuisce la disoccupazione aumentando il precariato e il jobs-act renziano scatena il panico tra i sindacati, il maxi job di Ricolfi si fa strada come un’alternativa non solo italiana, ma anche europea alle riforme del mondo del lavoro. Esso parte da un assunto piuttosto semplice, riassumibile nella metafora per la quale per decenni si è tentato di riformare il mondo del lavoro tra nuove tasse, sgravi, o tagli alla spesa, ridistribuendo le fette e le briciole di quella “torta” che è il reddito nazionale, anziché tentare di ingrandirla. Il maxi-job si propone proprio questo: ingrandire la “torta” attraverso una manovra che, almeno in teoria, incrementerà l’occupazione e il netto in busta paga, ridurrà le tasse e si pagherà da se. Sembra un’utopia? Vediamo come funziona.

Il dilemma alla base del ragionamento è il seguente: trovare le risorse o tentare di liberarle? Le riforme degli ultimi anni hanno avuto un effetto alquanto irrisorio, riconfermando il primato dell’Italia come un paese con la disoccupazione giovanile e il cuneo fiscale tra i più alti al mondo. Ricolfi parla appunto dei due ultimi tentativi di Letta e Renzi, che hanno provato a riallocare rispettivamente dai 3 a 10 miliardi di euro per ridurre il cuneo fiscale, una nobile azione senza dubbio, ma in grado di far decrescere la pressione fiscale solo del 2%.

Il maxi-job prevede invece una riduzione del costo del lavoro dell’ordine del 30%, perciò un dipendente che guadagna 20mila € l’anno costerebbe al’’azienda 25mila € anziché quasi 40mila. Ma non finisce qui. Se oggi, nel considerare un lavoratore medio (25mila € anno), un apprendista trattiene circa il 62% in busta paga, un CoCoPro il 58%, un operaio il 52% e un impiegato a tempo indeterminato circa il 54%, il maxi-job darebbe la possibilità al lavoratore di trattenere fino al 80%. Il restante 20% verrebbe incassato dallo Stato sotto forma di Irpef (pagata interamente) e Inps (che incasserebbe il restante). Per far ciò è necessario concentrarsi più su come liberare le risorse piuttosto che nell’inefficace tentativo di riallocarle. Dare dunque un canale di sfogo ai milioni di disoccupati, giovani e imprenditori intrappolati o esclusi dal mondo del lavoro.

Viene logicamente da pensare che le entrate della PA sarebbero notevolmente inferiori, è sarebbe vero se perpetrassimo una visione statica del mondo del lavoro, non considerando il fatto che in questo modo l’occupazione aumenterebbe e molti più soggetti verserebbero i contributi. Per non parlare del fatto che ogni nuovo posto di lavoro genererebbe un valore aggiunto sotto forma di altre numerose tasse, di cui i contributi sono solo una minima parte. Per questo una delle condizioni fondamentali per la riuscita del maxi-job è che possa essere utilizzato solo in caso in cui l’assunzione porti ad un incremento dell’occupazione aziendale rispetto all’anno precedente. Il contratto deve inoltre corrispondere ad almeno 10 mila euro annui e ad una durata compresa tra 1 e 4 anni.

Nella sua proposta Ricolfi scrive: “Supponiamo che non si faccia nulla, e che, non facendo nulla, il numero di posti di lavoro nuovi di zecca (…) sia pari a 100. Immaginiamo ora che venga introdotto il maxi-job, e che i nuovi posti di lavoro passino da 100 a 133 (un’impresa che intendeva assumere 3 lavoratori, grazie al maxi-job ne assume 4). Ebbene, basterebbe un’elasticità di questo tipo, da 100 a 133, per coprire interamente il mancato gettito dell’Inps. Se poi l’elasticità fosse maggiore, ad esempio si passasse da 100 a 150 o a 200, avremmo addirittura più gettito di prima. Solo se i posti di lavoro addizionali, pur essendo più di 100, fossero meno di 133, si potrebbe avere una riduzione, in ogni caso assai modesta, del gettito complessivo.” Dunque, con una soglia di reattività da parte delle imprese del 1,4 la misura si pagherebbe da sé.

Più di recente, nel tentativo di verificare questa soglia, Ricolfi e la “Fondazione Hume”, con l’aiuto della società Kkien, dell’Unione industriale e dell’Unione delle Camere di Commercio del Piemonte, hanno compiuto una ricerca su oltre 1000 aziende chiedendo loro quanti posti avrebbero potuto creare con il maxi-job. La risposta è stata decisamente oltre le loro aspettative, un moltiplicatore pari al 2,64. È partendo da queste stime che il maxi-job ha superato sé stesso evolvendosi con qualche aggiustamento in job-Italia.

Se si venissero a creare spontaneamente 300 mila nuovi posti di lavoro in un anno, con le misure previste dal job-Italia, li vedremo moltiplicarsi dai 600 agli 800 mila. Le entrate previste dai contributi sociali si ridurrebbero di 3 mrd ma quelle dalle restanti tasse aumenterebbero di almeno 6 mrd. Con queste stime non solo il job-Italia si pagherebbe da sé creando più occupazione, riducendo la pressione fiscale e accrescendo il netto in busta paga dei lavoratori, ma sarebbe addirittura proficuo per le casse dello Stato.

di Gian Luca Atzori