La prospettiva migliore per valutare la resa live di un disco è scegliere la seconda data di un tour: i musicisti, messa da parte la tensione del debutto, cominciano a divertirsi. E la seconda tappa dell’Earth Hotel tour di Paolo Benvegnù ha confermato questa teoria. Dopo l’esordio all’Auditorium parco della musica, il live del 1° novembre al Cage Theatre di Livorno ha offerto interessanti suggestioni sulla potenza del suo nuovo lavoro discografico. Il concerto parte senza convenevoli, con quattro canzoni tratte da Earth Hotel, tra cui svetta l’arrangiamento di Una nuova innocenza. Seguono Love is Talking, Avanzate, ascoltate e altri brani tratti da Hermann, sino all’arpeggio di Orlando, che Benvegnù dedica a Piero Ciampi, definito come “Orlando furioso dei nostri tempi”. C’è spazio anche per alcune sortite nella discografia passata, come Il mare verticale e la sensuale ipnosi de La schiena.

Niente pezzi degli Scisma, purtroppo. La versione solo voce e chitarra di Andromeda Maria punta dritta al cuore. Verso il finale un altro affondo: Sempiterni sguardi e primati, che dal vivo si qualifica come l’episodio più struggente. Ciò che colpisce dei concerti di Benvegnù, poi, è la varietà delle soluzioni di arrangiamento, anche nei pezzi più conosciuti. Non ci si immerge due volte nella stessa canzone. Inoltre i “Paoli” dimostrano un’impressionante tenuta di palco, merito pure del perfetto interplay tra gli elementi. Prima dell’inzio del concerto, abbiamo invitato l’artista a raccontarci qualcosa di più sul suo ultimo disco.

Con Earth Hotel hai proposto quasi un concept sull’amore. In un periodo in cui la fruizione musicale è piuttosto mordi e fuggi, fare un album così coeso è una sfida?
Non è una sfida, sono io che sono anacronistico. Mi piacciono, da  fruitore, le cose che m’impegnano, nel tempo e nello spazio. Amo leggere un libro, poi rileggerlo qualche anno dopo. Magari le sedimentazioni negli anni mi fanno capire più cose. Non che questo disco abbia questa ambizione, ma semplicemente non riesco a non pensare a un disco diversamente da un libro o un film, non riesco nel piccolo spazio ad esprimermi.

In “Nuovosonettomaoista” compare il verso “abbiamo aperto le porte ad un nuovo rinascimento”. Ricorda una frase che disse Renzi in occasione di una sua visita in Germania. Chi l’ha detta per primo?
Ho parlato prima io, ma per fortuna lui non lo sapeva. Semplicemente quello è un brano che non dà risposte, ma mi sembra di poter notare che le istanze degli uomini son sempre le stesse, perciò nel momento in cui ci sono spazi per nuove conquiste – in questo caso economiche, derivate dalla frantumazione della divisione del mondo che noi conoscevamo, il mondo sovietico e quello capitalista – si sono infilati i soliti. Generazione dopo generazione, sono sempre gli stessi clan, le stesse famiglie. Non è una teoria complottista, ma se leggi la storia con attenzione vedi queste cose. Vedendo tanto smarrimento, tanto “evaporare” degli esseri umani in questo momento, mi sono chiesto se forse è per l’assenza di limiti che siamo così smarriti. Forse perché non ci sono più le uniformi e noi tutti possiamo essere tutto? Non sono delle risposte, sono solo delle domande.

A proposito della tua collaborazione con la Woodworm Records, com’è stato lavorare con loro, e come è cambiata la tua esperienza dai tempi in cui lavoravi con una major?
Ai tempi degli Scisma con la Emi c’era molto controllo. E quel tipo di pressione ti sfonda, soprattutto quando sei pieno di dubbi. Tutto sembra più importante di quello che dovrebbe essere. Fare un disco è una cosa importante, però deve esserlo per te. Quando pensi che tutto il mondo penda dalle tue labbra è un gravissimo errore. Con i ragazzi di Woodworm ci troviamo benissimo, perché innanzitutto c’è un discorso di fiducia. Mi auguro che tutti quelli che fanno musica d’espressione, possano trovare delle persone che riconoscano questa espressione, che la confortino e la comprendano. Noi siamo stati fortunati.