LGSM, Lesbians and Gays Support the Miners. Questo lo slogan/mantra che rimarrà per un bel po’ di tempo nella memoria degli spettatori che dall’11 dicembre 2014 potranno vedere nelle sale italiane il film Pride, diretto da Matthew Warchus, evento di chiusura all’ultima Quinzaine di Cannes e presentato in anteprima nazionale al festival Gender Bender di Bologna. L’annus horribilis in cui si svolge Pride è il 1984; il cattivo di turno è la sempiterna signora Margareth Thatcher; la parte di sacrificati del premeditato disegno governativo conservatore sono i minatori del settore carbonifero. Un anno di sciopero per non far chiudere venti miniere come voleva il primo ministro e lasciare a casa 20mila operai. Una battaglia ad oltranza per mesi, con scontri e manganellate della polizia contro gli operai in picchetto: due morti, centinaia di feriti, 700 licenziamenti, oltre 10mila arresti. Solo che scioperare significa non portare uno stipendio a casa per un anno intero. Così da tutto il Regno Unito scatta una gara di solidarietà per aiutare economicamente i minatori, molti del Nord Inghilterra e del Galles, in lotta per il loro futuro.

Tra i primi a raccogliere sterline e penny sonanti sono una decina di ragazzi, gay, e di ragazze, lesbiche, dell’LGSM di Camden a Londra. Pride inizia proprio qui, tra i manifestanti del Gay Pride londinese del giugno 1984, non di certo una marcia simpatica con tanto di sputi del pubblico che guarda, epiteti poco educati, e vecchine con cartello “Burn in hell”. Poi l’improvvisa decisione del giovane leader del gruppo, Mark Ashton (Ben Schnetzer), di affiancare la lotta sindacale dei minatori, portando di persona nella Dulais Valley, sud ovest del Galles, i denari raccolti e perfino indumenti, cibo e oggetti utili per la sopravvivenza quotidiana: “Chi li odia i minatori? La Thatcher, la polizia e i tabloid”, spiega Ashton/Schnetzer nel film, “Gli stessi che sono contro di noi”.

Così da tutto il Regno Unito scatta una gara di solidarietà per aiutare economicamente i minatori in lotta per il loro futuro

La lotta operaia riceve un inatteso innesto di solidarietà umana e responsabile, che per qualche rozzo e puritano paesano sembra essere una minaccia ai propri valori morali, ma che invece per i più aperti operai e relative mogli, significa apertura ad un nuovo mondo di vessati proprio come sta capitando a loro, e magari anche una spinta a pensare perbene alla propria sessualità: “In fondo”, spiega Ashton appena arrivato nell’enorme sala del bingo nel paesino gallese, in mezzo a minatori, pinte di birra e fumo, “le statistiche dicono che nel Regno Unito uno su cinque è gay”. “Lo sceneggiatore Stephen Beresford – attore teatrale londinese, ndr – venne a conoscenza diversi anni fa dell’episodio storico grazie al fidanzato, ma non credeva al resoconto che gli veniva fatto, quella storia gli sembrava una leggenda”, spiega Jonathan Blake, vero appartenente al gruppo LGSM, paziente inglese sieropositivo “numero 2”, oggi paffuto e divertito 65enne, venuto a Bologna per presentare il film, “poi vide il documentario Dancing in Dulais e cercò di contattare Reggie Blennerhassett, uno dei ragazzi che parteciparono a quell’impresa. Pride è nato così”.

Warchus e Beresford sfiorano la dolorosa poesia di un altro titolo ambientato nell’84 Billy Elliott

Ripulendo la trama da ogni colorazione politica, lotte di classe varie, proclami terzinternazionalisti (Ashton oltre che attivista gay era comunque membro del partito comunista inglese); innestando pregiudizi e drammi della comunità gay (l’avvento dell’Aids); mostrando come dato ultimo un sentimento di solidarietà, unità e fratellanza universale tra oppressi che nemmeno Ken Loach avrebbe saputo far meglio, Warchus e Beresford sfiorano la dolorosa poesia di un altro titolo ambientato nell’84 – Billy Elliott – confezionando, in fondo, una commedia che per il distributore italiano Teodora sarà “il film di Natale”.

“Non so chi possano essere i minatori di oggi da aiutare, è difficile dare consigli, il mondo è cambiato molto”, conclude Jonathan Blake, “l’importante è però trasmettere energia per stare uniti. La storia non si cambia individualmente rimanendo seduti davanti ad una tastiera e uno schermo del pc”. Senza spoilerare con un finale scritto su tutti i libri di storia inglese, si può solo ricordare, come del resto si fa nelle didascalie finali di Pride, che nel 1986 le richieste della comunità gay e lesbica finirono nella piattaforma programmatica del partito laburista.

Il trailer di Pride