Se in Europa riusciamo a strappare ancora qualche titolo di giornale – in genere negativo – in Asia l’Italia sta sparendo. Ed è un peccato. Perché se in Europa e negli Usa – che dall’Europa tutto sommato l’ha importata – la nostra immagine è sempre stata bipolare (da un lato il riconoscimento del nostro retaggio culturale, della nostra “simpatia”, della nostra creatività; dall’altro la nostra sempre più marcata ed irreversibile cialtroneria), in Asia è sempre stata molto positiva. Mentre in Europa siamo solo noi italiani – e oramai nemmeno tutti – a ritenerci eredi diretti non solo del Rinascimento ma perfino dell’antica Roma, convinti che il resto del mondo stia faticosamente tentando di raggiungerci o quanto meno assomigliarci, nel vero “ombelico del mondo” (Cina, India, Corea e Giappone, qualcuno dovrebbe cominciare ad insegnarlo, ai nostri ragazzi) l’Italia era fino a qualche tempo fa, più che il paese di Berlusconi e delle Olgettine, il paese di Leonardo, Michelangelo, del bel canto e dell’ arte del vivere.

E fu proprio all’Arte del Vivere, espressione che faticammo non poco, all’epoca, a tradurre semanticamente in Giappone, paese dove il concetto, pur presente nell’antichità, si era oramai perso, che il governo italiano decise di dedicare il Padiglione Italiano all’Expo di Aichi, nel 2005. Dopo quello giapponese e americano, fu il più visitato e apprezzato. Il progetto, coordinato e diretto dall’allora commissario Umberto Donati riuscì a rendere l’immagine di un paese che sapeva da dove veniva (di cui all’esposizione del Satiro Danzante di Mazara del Vallo, rocambolescamente recuperato da un peschereccio), dov’era (le Ferrari vincenti, la Ducati, le varie “eccellenze” nel settore gastronomico, tessile e meccanico) e perfino dove intendeva andare: ricordo ancora lo stupore dei giapponesi nel vedere quanto avanzati erano i nostri laboratori di robotica, le bio, micro e nanotecnologie, energie alternative e quant’altro.

Eppure un tempo eravamo il Paese di Leonardo, Michelangelo, del bel canto e dell’ arte del vivere.

All’epoca, in Giappone, un sondaggio della locale Camera di Commercio indicava l’Italia come il paese più “simpatico” in assoluto, quello che la maggior parte dei giapponesi avrebbe voluto visitare e persino quello che, dopo il Giappone, ovviamente, avrebbero voluto vivere. Lo stesso avveniva in Cina, dove pur arrivando in estremo ritardo rispetto ad altri Paesi occidentali, il governo Prodi – uno dei pochi “politici” italiani ad essersi guadagnato all’epoca e a conservare tuttora un grande rispetto personale – era riuscito a recuperare in fretta il lungo tempo perduto.

Anche l’India guardava con rispetto ed interesse all’Italia, e l’idillio politico, culturale e commerciale avrebbe potuto continuare se non ci fosse stato l’imbarazzante scandalo delle tangenti di Finmeccanica e l’ancor più imbarazzante, pateticamente gestita (e infatti nessuno, ma proprio nessuno, aldilà di dichiarazioni di circostanza, ci ha minimamente appoggiato, a livello internazionale) vicenda dei Marò. Una vicenda che oltre a stimolare il peggior dei nazionalismi in patria ci ha reso, diciamocelo senza tanti fronzoli, ridicoli di fronte al mondo, escludendoci – speriamo solo provvisoriamente – da uno dei mercati più importanti del presente e del futuro.

La vicenda dei Marò ci ha esclusi dal mercato indiano, speriamo solo temporaneamente

E così, con il nuovo premier Modi che rischia di diventare più che un nuovo Nehru un nuovo Lula, un “faro” per i paesi emergenti e per l’intera comunità internazionale, l’India (assieme ad altri importanti paesi, ciascuno con le sue motivazioni, per carità, quelle dell’India sono sicuramente diverse da quelle della Svizzera o del Canada) non parteciperà all’Expo di Milano. Un bello schiaffo, per una rassegna internazionale dedicata al cibo e all’agricoltura, come ha giustamente notato uno dei più attenti osservatori italiani nell’area, Francesco Sisci.

Cosa è successo, perché siamo caduti così in basso? Perché la nostra immagine (parlo sempre di quella asiatica) è in picchiata? La colpa è solo ed esclusivamente delle nostre istituzioni: del governo, in particolare. Ignoranza, arroganza, errori di valutazione, mancanza di strategia. Continuando a ritenerci se non indispensabili ancora in qualche modo importanti, ci siamo ostinati a proporre, anzi oramai semplicemente a seguire, strategie “occidentali” vecchie e superate, anziché approfittare della nostra storia e della nostra collocazione geopolitica –come fece a suo tempo Andreotti per il Medio Oriente – per elaborarne di nuove e diverse.

Ci riteniamo ancora importanti e non abbiamo elaborato strategie nuove e diverse

Ora che abbiamo un vero Ministro degli Esteri (anche se non è ancora chiaro se sia stato scelto da Renzi, in una sorta di autonomo “ravvedimento operoso” dopo aver scelto la sicuramente competente ma politicamente esile Federica Mogherini, o sia stato invece imposto dal presidente Napolitano) speriamo che abbia voglia e soprattutto il tempo di riscoprire l’Asia Orientale, facendosi vedere più spesso e circondandosi di collaboratori seri e competenti. E soprattutto risolvendo in qualche modo la vicenda dei Marò. Ci stiamo facendo una figura barbina, dappertutto. Ci fosse stato ancora Prodi, con il rispetto che si era guadagnato anche in India, sarebbero stati tirati fuori in dieci giorni. Altro che “internazionalizzazione” della vicenda. I marò dovrebbero citare per danni Terzi e forse anche la Bonino.

Bisogna dire che il settore privato, dai grandi gruppi alle piccole e medie aziende, ha invece fatto e fa quello che può. Le società più grandi si muovono da sole, quelle più piccole cercano partner locali e si affidano ad una delle poche strutture pubbliche che, nella maggior parte dei casi, ancora funziona (tant’è che hanno tentato di più volte di sopprimerlo, salvo poi resuscitarlo sotto vari e nomi e a enormi costi di immagine): parlo dell’ex Ice, poi Agenzia per lo Sviluppo e l’Internazionalizzazione e infine, pare sia definitivo, Ita (Italian Trade Agency).

Se continuiamo così, non venderemo più neanche un barattolo di pelati, altro che aerei, elicotteri e nanotecnolgie

Lo stesso non si può dire per il governo, che tra cancellazioni e rinvii all’ultimo momento (ricordiamo la storica “buca” di Berlusconi all’Imperatore, nel 2005), ritardi nella risoluzione dei dossier anche semplici (concessioni di visti ai manager) e mancanza di una seria e coerente politica estera verso l’area in prospettiva sempre più importante del pianeta affida a episodiche e sempre meno efficaci (tranne che per gli organizzatori locali che continuano a trarre grandi profitti dalle varie mostre e concerti) rassegne culturali in cui si promuove il solito, meraviglioso, ma ahimè passato….”passato”. E non è che non riuscendo a vendere più di tanto il “made in Italy”, come ha efficacemente ricordato Alberto Forchielli, altro attento osservatore (e operatore, vista la sua attività di consulenza e mediazione finanziaria) dell’Asia Orientale, l’Italia riesca ad attirare finanziamenti e investimenti esteri. Quelli giapponesi sono fermi alle piccole “perle” che risalgono agli anni 70 e 80 (Alcantara, Subaru, Honda) e alle episodiche scorrerie finanziarie della Nomura , e dell’India abbiamo già detto: se si continua così, a muso duro, non venderemo più neanche un barattolo di pelati, altro che aerei, elicotteri e nanotecnolgie.

Resta(va) la Cina. Che tuttavia – l’ha spiegato di recente proprio Forchielli in una intervista alla Rai e sul suo blog – sta facendo affari in Germania e Russia, mentre in Italia si limita all’elemosina. Nonostante gli squilli di tromba della vigilia, infatti, nel corso della sua recente visita il premier Li Keqiang ha sì firmato decine di documenti, ma il totale di soldi promessi “non basterebbe a pagare gli studi all’estero di un paio di bamboccioni italiani”. Una battuta che rende bene l’idea.

Pechino non si fida dell’Italia e della sua tempistica

La Cina dell’Italia non si fida, come dimostra l’abbandono dello “storico” progetto di acquisizione del porto di Taranto, un progetto che avrebbe potuto rilanciare il ruolo dell’Italia come potenza marittima commerciale: nonostante tutta la proverbiale pazienza degli orientali, 15 anni (tanti ne sono passati, dalla firma del primo accordo, nel quale l’Italia si impegnava ad effettuare una serie di lavori) sono troppi anche per Pechino. Se poi Renzi vuol farci credere che facendo cassa svendendo alla Cina le aziende decotte si “sblocca” l’Italia e la si fa ripartire, si vede che come modello di sviluppo ha le “aziende tessili” di Prato. E che più che rilanciare il “made in Italy”, vuole promuovere il “male in Italy”. Quello dove il sindacato non entra, i lavoratori tornano servi se non schiavi e dove quando qualcosa non va non si chiama la polizia o l’Ufficio del Lavoro, ma le triadi.

A bloccare l’Italia non sono i decimali della (mancata) crescita o il mancato rispetto del fiscal compact. E nemmeno l’articolo 18 o la Fiom. E’ l’ignoranza e l’arroganza ahimè dilagante nella nostra classe politica, che nulla più crea e tutto distrugge. Non bisogna essere fascisti o comunisti per capire che senza Stato, senza istituzioni sane e competenti non si va da nessuna parte. “I cinesi hanno il Partito, la Francia l’Ena e i grandi politecnici, la Gran Bretagna Oxbridge ed il Giappone le università Todai, Keio e Waseda – sospira un diplomatico italiano di lungo corso, grande conoscitore d’Asia e oramai in pensione – in Italia come scuola di formazione politica, oramai, abbiamo l’Anci….fai il sindaco per qualche anno e poi vai al governo”.