Silvio Berlusconi esce da Palazzo Chigi dopo l'incontro con Matteo RenziAncora un tete à tete tra Matteo e Silvio, sempre accompagnato da Gianni Letta e Denis Verdini che, nonostante il rinvio a giudizio insieme a Nicola Cosentino come factotum della P3, rimane il vero regista della “riforma inderogabile da fare prestissimo” secondo Renzi.

Si tratta del quinto incontro e sempre per girare attorno ai soliti nodi della legge elettorale: soglia di sbarramento che sarebbe salita al 5%, premio di maggioranza che sarebbe lievitato al 40% per la lista e non più per la coalizione e infine preferenze sempre in altissimo mare e con l’insuperabile diktat berlusconiano che non dispiace per nulla a Renzi dei capilista bloccati, cioè nominati.

Altre due ora e mezza di Renzi accordate al tandem Berlusconi-Verdini con il Letta-zio quale garante di spessore “istituzionale” per concordare cosa? Dagli ambienti strettamente renziani l’incontro viene definito “interlocutorio” e cioè poco concludente e quello che sembra evidente è che mentre Renzi è quantomai interessato ad accelerare, Berlusconi è altrettanto determinato a rallentare.

Insomma l’incontro per “rinverdire” l’Italicum con il sempreverde Verdini che nel Pd sembra imbarazzare solo i soliti “gufi” e/o “ferrivecchi” come Civati e Rosy Bindi, ha confermato che Berlusconi “prende tempo” dato che la sola ipotesi di voto anticipato nelle condizioni miserevoli di FI lo atterrisce.  E contemporaneamente il probabile innalzamento al 5% per i partiti non coalizzati che serve a Berlusconi per ridurre a miti consigli i piccoli ha indotto il Ncd di Alfano a chiedere la vecchia, mai rottamata verifica di governo.

Probabile che in quelle due ore e mezza si sia toccato anche il tasto vergognoso della paralisi sulla Consulta determinata dall’arroganza e dalla protervia di imporre il patto del Nazareno anche per il voto che la Costituzione ha messo al riparo dagli inciuci e dai patti a due lontani da sguardi indiscreti.

L’impasse sull’Italicum (con annessi e connessi) che rimanda allo scorno di D’Alema con la Bicamerale di triste memoria e la telenovela  della Consulta per l’ostinazione del Pd a rimanere appeso a Luciano Violante e per i veti insuperabili di FI su un nome decente (vedi la Sandulli silurata in quanto di dubbia fedeltà berlusconiana) basterebbero per suggerire a Renzi di essere meno furbo e più trasparente.

Ha a portata di mano l’occasione, per una volta, data l’apertura del M5S alla candidata presentabile proposta in extremis dal Pd di fare una scelta coerente con tutte le dichiarazioni di discontinuità e di trasparenza con cui si riempie la bocca e di mettere con le spalle al muro Berlusconi e la sua guardia scelta. E già che c’è farebbe bene a considerare pacatamente e serenamente il cul de sac in cui si è infilato dopo i cinque rendez-vous con Silvio, Denis e Gianni.