Più Matarazzo che Kubrick. Più un amorazzo padre-figlia – tranquilli, nulla di incestuoso: a scopare sono solo le astronavi – che una “fantasofia” degna di spartire qualcosa con quegli illustri predecessori cinematografici che non guardavano il dito né la luna, ma l’ignoto spazio profondo.

No, Interstellar non è 2001: Odissea nello spazio, tantomeno il Solaris di Lem / Tarkovskij, resta solo da capire che posto ha nella filmografia di Christopher Nolan: “interstistial”, perché da Memento alla trilogia del Cavaliere Oscuro passando per Inception il regista inglese ha fatto decisamente di meglio. Impiega tre ore tre per dirci – sì, dirci più che mostrarci – che la Terra presto non ce la farà più, la polvere coprirà tutto, il grano sarà l’ultimo a crepare ma creperà, e dovremo rivolgerci alle stelle per trovare un futuro, dunque esplorare pianeti, trovare onde da ridurre gli tsunami a increspature, sperimentare tradimenti galattici, infilzare buchi neri, fare i conti con altre dimensioni e, soprattutto, ricordare sempre che amor vincit omnia.

“Solo l’amore trascende lo spazio e il tempo”, ci può stare, ma il formato famiglia (papà Matthew McConaughey, figlia prediletta Jessica Chastain, primogenito bifolco Casey Affleck) e il formato 70 mm Imax non vanno a braccetto verso l’infinito e oltre: il primo è indubbiamente Pro Family, rigoglioso di lacrime registrate, librerie in codice binario e orologi salva-Pianeta, il secondo non è la promessa di felicità visuale che avremmo detto.

Nonostante le ambizioni fisico-teoriche (Kip Thorne è stato il cervellone mentore), le potenzialità registiche già apprezzate e la macchina produttiva a disposizione, l’aspetto visivo è deludente, confinato in un’architettura claustrofobica: tunnel di latta per il buco nero, magazzino Ikea per sistemare le cinque dimensioni e un’uniforme irresolutezza che dà nell’occhio. Il mare verticale, questo sì, è riuscito, ma vuoi mettere con l’oceano di Solaris? Appunto, Nolan non è demiurgico, scopiazza spesso – da 2001 a Gravity, passando per Poltergeist, Cocoon e (quasi) tutto quel che avete visto e letto, da Malick a Dylan Thomas – e non trova il suo monolite: Interstellar è un film interstiziale sia nel corpus del regista, sia in quello fantascientifico di appartenenza che nella sua stessa poetica.

È un film-parete, un film-intercapedine, malgrado ambizioni, intenzioni e dimensioni (169 ’, 165 milioni di dollari di budget) monstre: al massimo, muove una libreria, ma non gli spettatori, a patto di non accontentarsi di qualche emozione telefonata. Pippe astrofisiche, battute al Bacio (sì, il cioccolatino), dialoghi da far presupporre una seconda unità pure per la sceneggiatura sono zavorra troppo gravosa e ipotecano un valore artistico (filosofico?) già compromesso dalla stessa tesi di fondo: non quantistica, ma quantitativa.

Per Nolan, ogni cosa si può pesare, misurare, cronometrare, ogni cosa è quantitativamente circoscrivibile, definibile, comprensibile: amore compreso. Che palle. Bilancini a parte, poi, i dubbi non abitano qui, lo spazio è profondo, ma in definitiva non ignoto, solo ignorante – a proposito, il buco nero chi ce l’ha messo lì? Rimane, forte, il senso di un’occasione sprecata, di una risposta mancata alla coeva fantascienza cazzona di JJ Abrams e compagnia désengagé.

Eppure, nonostante le palesi debolezze, le deplorevoli lungaggini, i buchi di script, i colpi di scena fuori bersaglio, Interstellar va visto, e meditato. Perché le domande che offre non sono da poco: che cos’è stato davvero il 2001 di Kubrick? Oggi è proprio impossibile utilizzare i soldi degli Studios per farsi il proprio film di fantascienza? Che ne sarà di Nolan? E, soprattutto, se il granturco è l’ultima coltura superstite, Matthew McConaughey che birra sta bevendo?


il Fatto Quotidiano, 06 novembre 2014