La storia dei dadi s’intreccia inestricabilmente, per l’intercambiabilità dei due termini presso tanti scrittori antichi, con quella degli astragali:

«L’astragalo è un ossicino di forma cuboide che fa parte dell’articolazione del piede. In alcune specie animali, come il bue e il montone, questo ossicino ha proporzioni particolarmente regolari e si presta in modo eccellente a essere utilizzato per ottenere dei risultati casuali, come una sorta di dado a quattro facce. Questo osso fu usato come strumento di gioco, ma soprattutto nella sua funzione di strumento per predire il futuro» (Vittorio Marchis, Storie di cose semplici, Milano 2008, p. 21).

In epoca remota, ma ancora fino a tempi piuttosto recenti, si giocava perlopiù ai dadi tirandone tre o quattro. Lo attesta la vecchia espressione tirar diciotto con tre dadi, che la terza edizione del Vocabolario dell’Accademia della Crusca (Firenze 1691, s. v. dado) spiega così: «trattare d’alcun negozio con ogni vantaggio possibile».

Tre erano anche i dadi che servivano per giocare alla zara. Era quasi il gioco ai dadi per antonomasia, e ce n’è un’eco nella Commedia di Dante:

«Quando si parte il gioco de la zara, /

colui che perde si riman dolente, / ripetendo le volte, e tristo

impara» (Purg. V, 1-3).

Mentre nel secondo tomo del suo Dizionario universale della lingua italiana (Livorno 1828), riferendosi a questo e “a diversi altri giuochi di sorte” giocati precedentemente con tre dadi, Carlo Antonio Vanzon osserva che i “moderni non ne usano che due” (s. v. dado), appena un anno dopo – ci torneremo più avanti – gli autori di un Dizionario delle origini invenzioni e scoperte, adattamento di una precedente opera francese, avevano scritto che i dadi per giocare erano tre. Se fosse uscito un triplo 6, in barba a Giovanni di Patmos e alle sue nefaste previsioni con oggetto il numero del nome della bestia (Apocalisse 13, 16-18), sarebbe stata festa grande per il fortunatissimo giocatore.

A dare un nome ai diversi colpi e alle possibili combinazioni dei dadi sono stati per primi i Greci, che allora pensarono ai «nomi degli Dei, degli eroi, degli uomini illustri, ed anche delle più famose cortigiane. Il più bel punto, come lo è pure tra noi, era tre volte sei, e punto di Venere, col quale indicavasi nei giuochi di sorte il getto o il colpo più favorevole. Il più tristo o più cattivo era quello di tre assi» (Dizionario delle origini invenzioni e scoperte nelle arti, nelle scienze, nella geografia, nel commercio, nell’agricoltura […], opera compilata da una Società di letterati italiani, Milano 1829, s. v. dado).

Assai meno poetico del “punto di Venere” (ma il risultato finale era identico) il termine senio; l’asso, il suo contraltare negativo (il triplo 1), era un tiro “da cani”.

«Gli antichi impiegavano come noi i dadi in diverse specie di giuochi. Gettavano per lo più tre dadi insieme, ed il tiro il più fortunato era quello, in cui tutti tre i dadi presentavano il numero sei. Chiamavano questo tiro senio. Il tiro più sfavorevole era poi quello, che non portava che tre unità, cioè uno per ciascun dado, e perciò lo chiamavano canis o canicula» (Dizionario compendiato di antichità per maggiore intelligenza dell’istoria antica sacra e profana e dei classici greci e latini […], traduzione dal francese migliorata e accresciuta T. I., Firenze 1821, s. v. dadi).

Perché il tiro più sfortunato fosse chiamato canis, ed è peggio ancora per canicula (‘cagnetta’), è tutt’altro che chiaro.

Il senio occupava la faccia opposta a quella assegnata all’asso o al cane, che gli scrittori latini chiamavano anche unio. Questo termine, che sarà stato presumibilmente anteriore, risulta però attestato per la prima volta in Isidoro di Siviglia (Etymologiae, XVIII 65), che condisce il suo breve resoconto sul gioco dei dadi con un particolare gustoso: qualcuno chiamava allora i dadi anche “leprotti” (lepuscoli), perché si muovono a salti.

Le facce del senio e dell’unio erano arrotondate. Quelle occupate dalle quattro combinazioni corrispondenti che restano, quella di 2 (il binio) e quella di 3 (il trinio, o supino), quella di 4 (il quaternio, o piano) e quella di 5 (quinio), erano piatte. Specificazioni naturalmente inutili quando si giocava col farinaccio, praticato con un dado segnato su una sola faccia.

Il prosieguo della storia alla prossima puntata.