Mi è arrivata nella casella di posta questa lettera scritta da Martina, una ragazza di 24 anni, e indirizzata al Presidente della pontificia accademia per la Vita, monsignor Carrasco de Paula. Ho deciso di utilizzare lo spazio che ho a disposizione su questo blog per pubblicarla, poiché ritengo che sia una lettera vera, genuina, sofferta, che mostra in tutta la sua forza la rabbia, i dubbi e il senso di ingiustizia che prova una ragazza a causa non solo di una morte tragica ma anche per quella che lei chiama “abitudine di giudicare” – per di più con frasi e aggettivi lapidari, violenti e arroganti – decisioni e comportamenti di cui si ignorano i sentimenti, le emozioni, i fatti e ragionamenti che li determinano. Una lettera che può portare, a mio parere, ulteriori spunti di riflessione.

Vi lascio alle parole di Martina.

Caro Monsignore,

prima di tutto ci tengo a dirle che non ce l’ho con lei, ma con la cattiva abitudine di giudicare (senza nemmeno limitarsi al parlare) cose che non si conoscono. In secondo luogo, dato che non ha avuto la fortuna, e sottolineo la fortuna, di sapere di cosa si sta parlando, sarei felice di poterla aiutare nonostante questo mi addolori.

Le voglio raccontare la storia di una grande donna, si chiamava Angela. Quasi due anni fa mentre la aspettavamo a cena da alcuni amici di famiglia, si accasciò sul pavimento mentre lavorava seduta in cassa, quasi giunta a fine turno, e da quel momento la vita di questa donna e della sua famiglia cambiò per sempre. Da quel momento è cominciata una lotta contro la burocrazia, contro il tempo e contro un tumore maligno al cervello: glioblastoma di quarto grado. Una lotta per tenerla in vita, perché caro Monsignore, per quanto le vie del Signore possano essere infinite, l’amore che su questa terra si può dimostrare nei confronti di un essere umano è ancora più immenso. Quindici giorni dopo quell’episodio, un neurochirurgo dalle mani d’oro, che aveva creato un metodo innovativo per cercare di intervenire chirurgicamente il più accuratamente possibile limitando i danni, aprì la testa di Angela e quasi come un Dio le donò altri diciotto mesi di vita. Diciotto mesi in cui questa donna eccezionale, che ha dedicato la sua esistenza alla sua famiglia e agli altri, ha riempito le giornate del marito, delle due figlie e degli amici più cari di gioia, di coraggio, di amore. Quell’amore che forse neanche un Dio sa dare. Ha donato quegli attimi di vita regalati alle persone più bisognose, come aveva sempre fatto, agli anziani clienti del supermercato in cui lavorava, ai pazienti del marito che è soccorritore del 118 e alle persone che erano sempre state il fulcro del suo percorso: la sua famiglia e i suoi amici. Esattamente un anno dopo l’operazione, il tumore è tornato, nello stesso punto e più grande di prima. La vera battaglia non era ancora cominciata e si manifestò più violenta che mai, a partire da un medicinale sperimentale “salvavita” bloccato da una mancata firma di un direttore sanitario e sbloccato dai pugni sul tavolo della figlia maggiore e del marito; il letto elettrico incompatibile con la sedia a rotelle perché “il letto elettrico lo diamo solo agli autosufficienti” e ottenuto a suon di grida e minacce; l’assistenza domiciliare insufficiente con il fisioterapista che ritardava venti minuti e che giocava con il cellulare sotto casa della paziente. E poi l’amore, quello vero: il migliore amico di Angela, Gaetano, che le ha costruito una piattaforma per farla entrare nella doccia direttamente sulla sedia a rotelle, la madre settantacinquenne che la accudiva ogni giorno con la forza di una ragazzina, una cara amica della figlia maggiore che, essendo fisioterapista, offriva gratis le sue prestazioni professionali, gli amici della figlia minore, che passavano i pomeriggi a farle compagnia, la migliore amica Grazia, una sorella, che era sempre accanto a lei a tenerle la mano, a portarle il gelato o il dolce fatto in casa con le sue mani, la zia che ogni giorno prendeva la metro per portarle un pasto all’ospedale che, avendo affidato l’appalto della mensa a qualche ditta amica di qualche politico, ha sovrapposto i soldi alla salute dei pazienti.

Sarebbe troppo lungo spiegarle tutto quello che questa famiglia ha passato e infatti preferisco fermarmi, le preciso solo quello che gli occhi sono stati costretti a vedere: una donna iperattiva, entusiasta e aggrappata alla vita e all’amore con ogni fibra della sua anima spegnersi lentamente, prima un braccio, poi la gamba e quindi la necessità delle stampelle, poi l’indebolimento degli altri arti e quindi la sedia a rotelle (intrappolata in una casa costruita su venti gradini in pendenza), poi il respiro affannato e quindi il respiratore automatico, poi il linguaggio, ma nonostante tutto riusciva a parlare con il sorriso. Sì, Monsignore, perché Angela ha dato coraggio a tutta la sua famiglia, ha esultato ad ogni piccolo miglioramento e ha combattuto per ottenerlo, così come hanno combattuto quei medici che si trovano a lavorare in condizioni pietose per allungarle la vita anche di un solo giorno. Così come hanno combattuto i familiari e gli amici per farle vivere gli ultimi mesi, in cui non era autosufficiente nemmeno nelle cose più elementari, bloccata in un letto attaccata ad un respiratore, in modo dignitoso, lavata, profumata, circondata dall’amore dei suoi affetti più cari. Angela è morta in casa perché la sua famiglia ha scelto di non lasciarla in una casa di cura, ma di godere della sua presenza fino alla fine.

Angela aveva solo cinquant’anni ed era bella come il sole. Era mia madre.

Non abbiamo voluto dirle che stava morendo, per non toglierle la speranza, per non cancellare il sorriso su quel suo viso senza rughe. E a dir la verità, sì, ho pensato all’eutanasia, perché lei non può capire che significa vedere una persona che si ama visceralmente sforzarsi in modo disumano per prendere in mano un cucchiaio, pescare casualmente un po’ di cibo e portarlo alla bocca senza riuscire a infilarlo dentro. Significa rabbia. Ho pensato che mia madre aveva sempre detto di non voler vivere così. Ho pensato anche, dopo la sua morte, che forse è stato meglio tenerle la mano e chiederle i bacetti fino all’ultimo momento, lasciandola andare in modo naturale.

Ma il punto è un altro, caro Monsignore, non sono io a dover scegliere, né lei.

Qui la religione non c’entra niente e né io, né lei possiamo decidere della vita di un’altra persona, né possiamo sapere quanta sofferenza c’è dietro queste situazioni estremamente difficili e personali che ognuno vive a modo suo. Quello che però pretendo
è che un’istituzione come la Chiesa sia la prima e, ripeto, la prima a mostrare compassione per la condizione umana. E allora voglio farle una domanda e, per la retorica di certe risposte, spero non arrivi mai la sua. Se lei può giudicare indegno che una ragazza di ventinove anni colpita da un tumore maligno al cervello decida, in un Paese in cui può, di porre fine alla sua vita, posso giudicare io che sia indegno un Dio che permette tali atrocità?

Martina