votoUsaObama ha perso. W Obama. Ché, a dargli addosso adesso, sono buoni tutti. I repubblicani, che non lo hanno mai potuto vedere. E i democratici, che ne prendono le distanze, temendolo una zavorra, verso Usa 2016, le prossime presidenziali, la cui campagna infinita è cominciata proprio quando l’ultimo voto del Midterm è stato contato, in qualche seggio dell’Alaska o delle Hawaii. Persino noi europei , che questo presidente abbiamo invocato, negli anni bui della presidenza Bush, e abbiamo sempre sostenuto, gli voltiamo le spalle: non ci cava le castagne dal fuoco tra Iraq e Siria, e neppure tra Russia e Ucraina –anzi, lì butta benzina sul fuoco-; e la crisi economica, negli Usa l’hanno superata, nell’Ue ci siamo ancora dentro.

Certo, Obama è meglio come candidato che come presidente. Ed era facile prevedere –in tanti, l’abbiamo fatto- che gli americani si sarebbero prima o poi stancati d’un ‘comandante in capo’ che tentenna più di quanto decida e che inclina al dialogo non sapendo dare ‘diktat’. Adesso che l’hanno elettoralmente ‘punito’, palla al centro e pensiamo, anzi pensino, al prossimo presidente.

La vittoria dei repubblicani nelle elezioni di Midterm era annunciata, ma è stata persino più larga del previsto. I conservatori controllavano già la Camera, conquistano la maggioranza del Senato e controllano ora tutto il Congresso. Anche se la geografia dei risultati dà esiti contraddittori: l’America vota più conservatore che progressista, ma, anche negli Stati più rossi, cioè più repubblicani, passano referendum per la marijuana libera, l’aborto, le unioni omosessuali. Come se politica e società si siano, in parte, dissociate.

Per il presidente Barack Obama e la sua Amministrazione democratica, si profila una conclusione del doppio mandato complicata. Obama vivrà il periodo più difficile alla Casa Bianca: due anni, come si dice negli Usa, da ‘anatra zoppa’, un incubo che nella storia americana prima di lui hanno già sperimentato solo Dwight Eisenhower, Ronald Reagan, Bill Clinton e George W. Bush – però tre degli ultimi quattro presidenti: forse un segno della volatilità crescente dell’elettorato statunitense-.

Diverse le reazioni ai risultati elettorali. Obama, che s’aspettava la batosta, incontra venerdì i leader del Congresso, per fare un punto con loro. Fra i repubblicani, c’è chi tende la mano all’Amministrazione democratica per una collaborazione legislativa: i conservatori devono sottrarsi alla trappola del partito che boccia tutto e paralizza l’Unione. Ma c’è anche chi, come Ted Cruz, possibile aspirante alla nomination 2016, esprime propositi bellicosi: “Cancelleremo l’obbrobrio della riforma sanitaria”.

Per le prossime presidenziali, quando Obama non sarà più candidato, democratici e repubblicani dovranno produrre nuovi campioni: si va verso un’alternanza di colore –sicuro- e di genere –forse-, non necessariamente di partito. Davanti a un’opinione pubblica tentata dall’anti-politica, i due maggiori partiti dovranno anche smarcarsi dalle spese sostenute per la campagna di Midterm costata la cifra record di 4 miliardi di dollari, 50 dollari per ogni cittadino andato alle urne.

I candidati potrebbero avere nomi antichi, se dovessero essere, com’è possibile, Hillary Rodham Clinton, ex first lady, ex senatrice dello Stato di New York, ex segretario di Stato, ma soprattutto ex candidata alla nomination democratica battuta nel 2008 da Obama; e Jeb Bush, figlio di presidente e fratello di presidente, ex governatore della Florida, il ‘cocco di famiglia’ destinato alla Casa Bianca, ma che nel 2000 si fece bruciare dal fratellone un po’ tonto.

Nella corsa presidenziale, i democratici prenderanno sempre più le distanze dalla Casa Bianca: Hillary lo sta già facendo; per Joe Biden, il vice di Obama, è più complicato. Mentre i repubblicani, se non dovessero puntare su Jeb, hanno l’imbarazzo della scelta: l’usato –più o meno- sicuro conservatore se ne sta ora al coperto; Chris Christie, Ted Cruz, Mike Huckabee, Sarah Palin, Rick Perry, Mitt Romney, Marco Rubio, Paul Ryan, Rick Santorum giocano a nascondino. Chi si espone di più, confermando che negli Usa la politica è anche un affare di famiglia, è Randal ‘Rand’ Paul, senatore del Kentucky, un ‘conservatore costituzionale’, figlio del deputato repubblicano del Texas Ron Paul, un libertario che nel 2012 fu l’ultimo ad arrendersi alla nomination di Romney.