La legge di Stabilità taglia 4 miliardi di euro alle regioni, indifferentemente, e penalizza ancora una volta pesantemente gli enti locali. Si afferma da più parti che le Regioni sono una delle maggiori fonti dello spreco. Ma è poi vero sempre e comunque? Ed è giusta la politica dei tagli lineari ed indifferenziati? Va detto che se guardiamo l’andamento (pubblicato su questo blog in un precedente intervento) delle spese per acquisti di beni e servizi e consumi intermedi delle pubbliche amministrazioni, Regioni comprese, riscontriamo addirittura una leggera flessione all’indomani della riforma del titolo V del 2001. In ogni caso la riforma non ha inciso in modo significativo sull’incremento della spesa per acquisti.

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Guardiamo poi ad alcuni comparti. Partiamo dalla sanità. Certamente vi sono molti sprechi, ma se consideriamo le statistiche dell’Oecd riferite al 2011, troviamo che la spesa sanitaria pubblica italiana è inferiore alla media internazionale con circa 2300 dollari pro capite, contro i 4000 dell’Olanda, i 3500 dell’Austria, i 3400 della Germania, i 3200 della Francia. Piuttosto vi sono differenze non marginali fra le Regioni sia in termini di efficienza che di spesa pro capite. Se alcune Regioni del Nord hanno una sanità che sta alla pari con quella dell’Europa più avanzata non così è per la sanità delle Regioni del Mezzogiorno. Quanto ai costi, a fronte del Molise che spende 2079 euro pro capite, della Liguria con 205 euro e del Lazio con 2013, abbiamo il Veneto con soli 1737 euro. La Lombardia ha una spesa di 1834 euro pro capite pur avendo in cura ben 800.000 pazienti provenienti da altre Regioni e un numero di pazienti extracomunitari che non ha pari altrove.

Ancora più rilevanti sono le differenze per quanto riguarda le spese per il personale delle Regioni (fonte Sole 24 ore). Escludendo le province autonome di Bolzano e Trento, che hanno in carico personale altrove statale come per esempio insegnanti o vigili del fuoco, e che dunque non fanno testo, troviamo le regioni del Mezzogiorno con in testa la Sicilia che vanta una spesa di ben 1 miliardo e 272 milioni, un numero di dipendenti pari a 17.128 e una media per 100.000 abitanti pari a 339. Tutto questo senza calcolare che nel 2011 la Sicilia avrebbe assunto a tempo indeterminato altri 4857 dipendenti a cui vanno aggiunti i 7291 dipendenti delle società controllate e i 717 distaccati presso altre strutture. Il Molise ha invece 241 dipendenti regionali ogni 100.000 abitanti, la Sardegna 244, la Basilicata 171, l’Umbria 149, la Calabria 130, la Campania 107.

La Regione più virtuosa è la Lombardia che ha appena 3446 dipendenti, per un costo di soli 171 milioni, un costo medio per abitante di 17 euro a fronte dei 252 della Sicilia, dei 194 del Molise, dei 94.6 della Basilicata, degli 84.9 della Calabria, dei 71,5 dell’Umbria. Il numero dei dipendenti regionali per 100.000 abitanti della Lombardia è di sole 35 unità, un decimo di quelli della Sicilia. Non diversa situazione si ha con riguardo alle spese per la politica. L’Assemblea regionale siciliana rappresenta il 19% dei costi di tutta la politica regionale italiana a fronte di una popolazione pari a solo l’8% del totale nazionale (Alessandro De Nicola Repubblica).

Per quanto riguarda invece il totale dei dipendenti pubblici ogni mille abitanti, escludendo il Lazio, che ha molto personale ministeriale, passiamo dai 44,3 della Lombardia e ai 48,7 del Veneto ai 63 della Sicilia, ai 65 della Calabria e ai 69 del Molise, con una media nazionale di 57,7. Anche il costo unitario del personale è estremamente variegato: si va dai 30.641 euro della Lombardia ai 32.220 della Campania, ai 32.948 della Toscana e ai 35.531 del Lazio. La Lombardia che è la penultima prima del Molise come retribuzione del personale, vanta un costo inferiore del 6% alla media nazionale pur avendo un costo della vita di ben il 15% superiore (dati di Scenarieconomici tratti da Unioncamere). Se in tutte le regioni vi fosse la stessa media di personale pubblico che in Lombardia avremmo 750.000 dipendenti pubblici in meno con un risparmio di quasi 25 miliardi di euro.

A fronte di tutto questo appare evidente che i tagli sono necessari e persino utili se riguardano quelle Regioni e quei comuni che si discostino per eccesso da livelli medi, non possono in alcun modo penalizzare Regioni ed enti locali virtuosi. Tagli differenziati in ragione dell’indice di inefficienza sarebbe la vera rivoluzione che dovrebbe fare una politica coraggiosa e seria.

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