La carrozza della metro che mi riporta verso casa, dal Forum di Assago è piena di gente con in mano scarpe da donna coi tacchi di almeno quindici centimetri. Tipo trampoli, solo più scomodi, immagino. La gioia di un qualsiasi feticista. Ai piedi hanno ballerine, o scarpe da ginnastica, ma in mano portano questi trofei, apparentemente inutilizzabili nella vita di tutti i giorni. I volti delle ragazze e dei ragazzi che le hanno portate, quelle scarpe, è di chi ha preso parte a qualcosa di più di un concerto, forse una messa, sicuramente un rito liberatorio. Niente a che vedere con la vita di tutti i giorni, purtroppo. A vedermi dall’esterno, come in una di quelle esperienze extracorporali che fa tanto Alejandro Jodorowsky, devo avere la stessa faccia anche io, che però in mano stringo un ombrello rosso, banale che sono.

Sto tornando a casa dal concerto milanese di Lady Gaga, unica data italiana dell’ArtRave, e devo dire che, raramente in vita mia mi è capitato di assistere a uno spettacolo tanto coinvolgente, sotto ogni punto di vista. Che Lady Gaga non sia semplicemente un’altra popstar internazionale arrivata a seguire la scia di Madonna è stato chiaro sin dal suo arrivo sulle scene, così prorompente e mirato, ma che nel giro di una manciata di anni sia riuscita a diventare una guida, un punto di riferimento per un vero e proprio popolo, è una verità con la quale chiunque abbia assistito al concerto di ieri, chiamiamolo così, non avrà problemi a fare i conti.

Lady Gaga

Il Forum di Assago, location per i megaeventi musicali del capoluogo lombardo era pieno in ogni ordine di posti, e fin qui niente di strano trattandosi di uno dei nomi di punta del pop internazionale. Questo nonostante Artpop, l’album da cui ArtRave prende le mosse, non sia andato benissimo come i suoi predecessori. Circa undicimila spettatori, tra i più colorati e festanti si possa immaginare. Il palco è di quelli hollywoodiani che i nostri artisti, legittimamente, invidiano alle postar d’oltreoceano. Una sorta di mix tra un villaggio greco e qualcosa di fantasy, con lunghe passerelle corredate di volta in volta da palme, astronavi e quant’altro. Sul palco, al fianco della nostra, una band di primo livello, e qualcosa come oltre dieci ballerini, proni a muoversi come un sol’uomo con Gaga e con il pubblico, sincronizzato alla perfezione con l’artista e la sua opera.

Questo per fare il bravo critico che si attiene ai dettagli. In realtà, quello che colpisce è ben altro. La musica, innanzitutto. Il nome ArtRave è appropriatissimo, perché Lady Gaga, che è musicista avveduta e autrice scafatissima nonostante la giovane età, ha colto che è la dance la musica di questa epoca. E ha costruito uno show fatto prevalentemente per far ballare il pubblico, decidendo di creare una situazione da rave, appunto, dove non sono le singole canzoni, neppure i singoli, a farla da padrona, ma il mood. Così capita che alcune delle sue più famose hit, Poker face, Paparazzi e Telephone, finiscano liquidate in poche battute, in un medley veloce e di grande impatto, perché lo spettacolo è nell’insieme. Lo spettacolo è in realtà proprio Lady Gaga, capace di focalizzare su di sé l’attenzione del pubblico, di farsi simbolo in carne e ossa, e di empatizzare anche con i seggiolini scomodi del Forum.

Che sia sfrontatamente sexy, il sedere costantemente esibito, come un simbolo nel simbolo, che sia ironica e paradossale, come quando indossa una t-shirt lanciatale come regalo che recita, “Suck my dick”, che sia sentimentale e malinconica nel ricordare le sue origini italiane, Gaga è sempre in mezzo alla sua gente, i Piccoli Mostri, su un palco, visibile, ma anche di fianco agli ascoltatori, che in effetti la stringono in un costante abbraccio. Lady Gaga ha creato un universo, dove le diversità sono abbattute, dove ogni singolo ascoltatore è il centro di gravità permanente, dove lei è la star, ma la sua luce illumina tutti uniformemente. Se Madonna, e so che mi sto lanciando in un rovo pieno di spine, era il simbolo della stravaganza, della stranezza, di quella sempre pronta a spiazzarti e sorprenderti, Lady Gaga lo è della straordinarietà.

Preso atto che la normalità è noiosa, sembra dirci miss Germanotta, quello cui si deve ambire non è di opporsi alla normalità contrapponendole una divagazione o una sua negazione, ma di elevarsi dalla normalità. Così quando, seduta al pianoforte, in una piattaforma che ricorda la Fortezza della Solitudine di Superman, Lady Gaga legge la toccante lettera id un ragazzo gay, di diciannove anni, che grazie alle sue canzoni è riuscito a fare i conti con se stesso, e quando dopo averla letta lo chiama a fianco a se sul palco, seppure il dubbio che si tratti un fake ci sfiora, non possiamo che commuoverci, perché finzione o realtà, è un dato di fatto che la sua Born this way, esibita unplugged col ragazzo al suo fianco, sia davvero diventato un inno all’autocoscienza, una spinta all’orgoglio di essere se stessi sempre e comunque. Qui, stasera, ognuno di noi è davvero stato ognuno di noi, come in un porto franco esente da pregiudizi.

Lo spettacolo è davvero di livello, sul profilo musicale, impeccabile, e sul profilo visivo. E questo suo mostrarsi come una aliena costantemente discinta, sfiorando anche l’ormai anche troppe volte sbandierato topless, è risultato gesto naturale di chi non è con i parametri dell’ottusità che deve o vuole fare i conti.

Guardando tutte quelle mani che stringono scarpe dai tacchi improbabili in metro, mentre ancora mi rimbomba nelle orecchie una roboante versione di Bad romance, hit che ci è stata regalata nella sua interezza, non posso che pensare che in fondo, almeno per oggi, quei tacchi avrei voluti indossarli anche io.