Ayman al-Zawahiri se ne starà rinchiuso in un covo sperduto nel Waziristan a pianificare il futuro, pensando con un certo rammarico a quella giovane generazione di jihadisti 2.0 e sermoni-dipendenti abbagliata dal nuovo brand dello Stato islamico. Dalla proclamazione del Califfato, al Qaeda si sta infatti misurando con un noioso processo di apostasia, tutto a favore dell’immagine di Abu Bakr al-Baghdadi. E’ praticamente impossibile quantificare la portata dell’esodo, ma la solidarietà espressa ai combattenti dell’Is(is) da parte dell’Aqap (al Qaeda nella penisola arabica) e dell’Aqmi (al Qaeda nel Maghreb islamico) ne definisce sicuramente la dimensione.

Un ulteriore segno del grande squilibrio che da diversi mesi si respira nel mondo jihadista, e che va ad aggiungersi all’indolenza mostrata da al Qaeda negli ultimi anni, impegnata più a reagire che a dirigere. In questo progressivo declino, al-Zawahiri deve finalmente aver compreso che legittimare l’Is(is) nel tempo lo priverà di una leadership indispensabile nell’”universo dei martiri”, dove il consenso è una variabile aleatoria che assume un valore di fronte alla massimizzazione dello choc. E le decapitazioni, ad oggi, sembrano aver rappresentato un strumento vincente.

Per questo il 3 settembre scorso, forse nel tentativo di recuperare la propria immagine, il medico egiziano ha annunciato la creazione di al Qaeda nel Subcontinente indiano (Aqis) ed affidato la milizia ad Asim Umar, un personaggio enigmatico sul quale oggi si sa molto poco. La filiale guarda con interesse agli 8,5 milioni di indiani musulmani nel Kashmir, include alcuni esponenti dei talebani pakistani (Ttp) e ha un obiettivo: realizzare la costruzione di un Califfato su un terreno finora rimasto più o meno vergine.

Non a caso il nuovo braccio della propaganda qaedista, la rivista in lingua inglese Resurgence, nei giorni scorsi ha dedicato il suo primo numero alla regione asiatica con particolare riferimento proprio all’India, al Bangladesh e al Myanmar, con un focus esclusivo sulla provincia uigura dello Xinjiang, in Cina, per gli autonomi locali meglio conosciuta come il “Turkestan orientale”, da “oltre 237 anni – secondo al Qaeda – occupata ad intervalli da Pechino”.

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Indipendentemente dalle ragioni che hanno spinto al-Zawahiri ad intraprendere una politica di espansione nel sub-continente indiano, le implicazioni strategiche e tattiche di questa mossa sono potenzialmente immense. Si tratta di un’area di mercato notevole, una buona alternativa al Medio Oriente, ma la domanda da porsi è se l’apertura di al-Zawahiri determinerà un rilancio del marchio qaedista o un definitivo fallimento. Più possibile la seconda opzione, per una serie di motivi.

Innanzitutto sia l’India sia il Bangladesh non sono mai stati due terreni fertili per i jihadisti, inoltre Nuova Delhi vanta una democrazia abbastanza robusta in grado di arginare una deriva terroristica. Il Paese da anni combatte rivolte separatiste lungo il confine settentrionale e sta attualmente gestendo un’insurrezione dei maoisti Naxaliti nelle aree centrali. Insomma, lo stato è molto esperto nel trattare le ribellioni, sarà quindi ancora più difficile per al Qaeda istituire un suo Califfato.

Ayman al-Zawahiri è sicuramente un uomo molto intelligente: scrittore, poeta, medico, poliglotta; un perché abbia deciso di rompere il silenzio mediatico per lanciare un’iniziativa apparentemente donchisciottesca però c’è. E’ possibile che l’Aqis vada in India per preservare da lontano le sue basi in Pakistan e in Afghanistan.

Il quartier generale è sotto pressione da tempo, l’Is(is) sta portando avanti le sue opere di proselitismo a Peshawar, mentre bandiere dello Stato islamico sono state viste sventolare anche nel Kashmir indiano. Si tratta di un’invasione che al-Zawahiri non può consentire, e la filiale indiana potrà essere utilizzata come torre di controllo per tutelare i propri interessi in cambio di un po’ di respiro. Specialmente in Afghanistan, dove un altro vuoto di potere, con il prossimo ritiro delle truppe Usa, è alle porte.