Torneranno i prati, ma non torna Ermanno Olmi. Ancora ricoverato al San Raffaele di Milano per accertamenti (sospetta broncopolmonite), l’83enne regista non accompagna in carne e ossa il suo nuovo, splendido film sulla Prima guerra mondiale, ma si affida a un videomessaggio: “Mi spiace, ma come vedete sono costretto a fare una serie di esami molto importanti. Mi avete sempre chiesto, ‘ perché ha fatto questo film? ’. Stavolta non l’ho fatto per un innamoramento, bensì su proposta (Cecilia Valmarana, produttrice Rai Cinema), ma il mio pensiero è andato subito a mio padre, che mi raccontava la sua vita da soldato“.

Quei racconti non li aveva intesi, non poteva, il giovanissimo Ermanno, ma oggi ha capito, e fa male “il grande tradimento compiuto nei confronti di milioni di giovani e civili morti in quella guerra senza che sapessero perché”. Insomma, l’abituale innamoramento di Olmi per l’umanissima materia dei suoi film è solamente sbocciato dopo, e ora viene a registrare, demistificare le celebrazioni per il Centenario della Prima guerra mondiale: oggi Torneranno i prati verrà proiettato in quasi 100 Paesi in tutto il mondo, presso ambasciate, consolati e istituti di cultura italiani, nonché a Roma alla presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ma “fanfare, bandiere, discorsi non tengono, prima va sciolto un nodo, altrimenti l’ipocrisia divine vigliaccheria: la celebrazione deve essere per noi motivo di chiedere scusa a quei giovani morti senza sapere perché”.

Olmi cita Camus, “se vuoi che un pensiero cambi il mondo, prima devi cambiare te stesso”, per illuminare la cifra poetico-ideologica di un film che è qualcosa di nuovo sul fronte nord-orientale: siamo all’alba di Caporetto, nel 1917, e un avamposto italiano ha l’ordine di trovare un altro posizionamento per spiare la trincea avversa. Non è un ordine, quello che arriva dagli alti comandi per mano del maggiore Claudio Santamaria, ma un diktat per il massacro.

Dal 6 novembre nelle nostre sale, Torneranno i prati non elude quel massacro, ma fa di più, altro e meglio: dice la verità umana della guerra, mette in bocca ai soldati abbandonati al freddo e febbricitanti in prima linea l’indicibile, ovvero quello che l’amor patrio avrebbe dovuto scongiurare, cancellare. “Nei nostri sogni non c’era la morte”, dice uno, “Quando sentono l’odore del sangue le bestie cagano e pisciano prima di andare al macello … siamo bestie anche noi?”, si chiede un altro.

Piovono bombe, un larice, “albero bellissimo”, sembra d’oro e tale diventa nelle fiamme, mentre i colpi di mortaio zittiscono il conducente di mulo che cantava agli austriaci Tu ca nun chiagne, ribaltano lo status quo, disattendono gli ordini, aprendo all’espressionismo pacifico del regista.

Nel backstage – di per sé un’altra poesia – Olmi spiega agli attori il film che aveva in testa, nel cuore: la natura tripartita tra “premessa, apprendimento, allucinazione”, la sua personale gerarchia: “Più dei gradi militari contano le relazioni umane” e la necessità di un “racconto non realistico ma evocativo, sebbene questi fatti siano realmente accaduti”. Ha ragione Santamaria a definirlo “un illuminato, lavorare con lui è come farlo con il Dalai Lama”, e lo stesso vale per il canterino Andrea Di Maria: “Non abbiamo fatto altro che piangere, dal primo ciak alla prima proiezione del film” e per Camillo Grassi: “Ermanno non ha bisogno di attori, ma di anime: le battute possono anche andare al diavolo!”.

Si respira nelle loro parole la solidarietà, la fatica e l’unicità del set: “Ermanno voleva soprattutto che fosse un film utile, voleva – ricorda Di Maria – che sentissimo il sangue sotto quella neve bianchissima”. Già, perché le otto settimane di riprese sull’Altopiano dei Sette Comuni sono state “una battaglia nella neve, che abbiamo vinto guidati dal capitano Ermanno: nessuno si è tirato indietro sul set!”, dice la figlia produttrice Elisabetta Olmi.

C’è da crederle: oltre tre metri e mezzo di neve a seppellire le due trincee ricostruite a 1800 e 1100 metri d’altezza, temperature glaciali e, se ancora non bastasse, l’ecologico protocollo Edison Green Movie da seguire. Per fortuna, scherza l’amico e collaboratore alla regia di Olmi Maurizio Zaccaro, “c’era la grappa (No-nino, ndr)”.

Anche quella, crediamo, per carburare la vita di un nuovo villaggio di cartone, derelitti costretti a combattere altri derelitti a cui nulla avevano da rimproverare: “I nemici – stigmatizzava Olmi nel backstage – non sono nella trincea di fronte, ma sono quelli che ti hanno mandato in trincea a colpire quelli come te”.

Badate bene, se Ermanno – e la sua filmografia sta lì a rammentarlo – invoca la pace, non lo fa per timida inerzia, annacquando le responsabilità, ma puntando la camera contro i colpevoli: “Il presupposto dei conflitti è sempre lo stesso: potere per pochi, ricchezza per pochi”. Dunque, un film che sia “almeno un indizio per uscire dalla trappola vergognosa del tradimento dei più deboli” e che è anche il migliore, anzi, l’unico modo per celebrare con dignità i 100 anni dalla Prima guerra mondiale.

Quella grande guerra combattuta con il sangue di tanti piccoli uomini, a cui era stata cantata “la grande bugia, la grande truffa dell’amor patrio”. Insieme a La grande illusione di Renoir, La grande guerra di Monicelli e pochi altri, quel conflitto ora conosce al cinema un altro memento di assoluto valore: Torneranno i prati, è tornato Ermanno Olmi. E ci dice “No alla guerra!” come nessuno mai.

il Fatto Quotidiano, 4 novembre 2014