Sotto molti punti di vista l’Italia non assomiglia ai suoi vicini europei: per l’evasione fiscale; per la libertà di stampa; per il livello di corruzione. Pensare che gli italiani siano “geneticamente” evasori, corrotti e avversi alla libertà di stampa sarebbe razzista, e certamente falso: il problema deve essere in qualche modo culturale. Culturale in che modo? Di certo gli italiani non studiano a scuola la corruzione o la storia della corruzione: deve esistere una qualche forma di ideologia o principio diffuso, che entra a far parte della nostra mentalità in modo quasi spontaneo. Proprio perché diffuso e quasi spontaneo, connaturato alla nostra formazione, questo principio ideologico è difficile da riconoscere: esiste? Dove sta? Come è fatto? Un buon posto per cercare un’ideologia popolare condivisa è la letteratura minore: se esiste un “carattere nazionale” è difficile pensare che lo si possa trovare meglio espresso altrove.

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C’è una storia del Bertoldo di G.C. Croce (1606) che mi sembra riflettere un aspetto importante del carattere nazionale: quella della mancata impiccagione: “Bertoldo: – Comanda, ti prego, a questi tuoi ministri, che non mi appicchino sin tanto che io non trovo una pianta o arbore che mi piaccia, che poi morirò contento.- … lo condussero per tutti i boschi d’Italia, né mai poterono trovare pianta, arbore né tronco che gli piacesse …”. Bertoldo non è un Socrate o un Cicerone (moriar in Patria saepe serbata) e non ragiona da legislatore o da filosofo o da eroe. Vuole salvare la pelle ed usa l’astuzia del poveraccio: finge di accettare la condanna ma esprime un ultimo desiderio che la rende impossibile.

Nella mia attività di insegnante e divulgatore, ho spesso avuto l’impressione che questa astuzia del poveraccio si esprima in molti ragionamenti di ogni giorno, sugli argomenti più disparati, per giustificare il proprio vantaggio o il proprio pregiudizio: “Pagherei volentieri le tasse, se l’aliquota fosse equa” (le aliquote sono sempre troppo alte, Berlusconi docet); “difenderei la libertà di stampa a costo della vita, se i giornalisti fossero obiettivi” (ma penso che non lo siano); “non avrei difficoltà ad ammettere di avere torto, chiedo solo che mi sia dimostrato adeguatamente” (nessuna dimostrazione è adeguata); “sono d’accordo con la meritocrazia, purché sia fatta al modo giusto” (nessun modo praticamente impiegabile è giusto); “sarei pronto a riconoscere che la Shoah c’è stata, se solo mi si portassero prove convincenti” (nessuna prova è convincente). Il gioco, come per Bertoldo, consiste nel creare una condizione a proposito della quale l’interessato sia giudice oltre che parte in causa. Ovviamente solo l’interessato (ed eventuali suoi sodali che ne condividono l’interesse) prende per buona l’astuzia del poveraccio: tutti vedono che la condizione richiesta è soddisfatta e che le prove richieste dall’interessato o sono già state fornite, ma vengono negate, o sono impossibili da fornire.

L’astuzia del poveraccio è deleteria per il funzionamento del sistema. Bertoldo, che era furbo, aveva interesse a bloccare il corso della decisione del Re Alboino, perché questa riguardava la sua esecuzione. Gli emuli moderni di Bertoldo mancano della furbizia del loro modello, perché a loro interessa il funzionamento del sistema che contribuiscono ad inceppare: ad esempio, se uno evade il fisco con la giustificazione del poveraccio, e risparmia pochi soldi che poi sconta con una peggiore qualità dei servizi, non ha fatto un buon affare. Evadere il fisco conviene solo a chi evade abbastanza da permettersi di pagare privatamente altrove i servizi che la sua evasione ha danneggiato in patria (come ad esempio fece Berlusconi quando andò a farsi operare al cuore negli Stati Uniti). C’è un altro aspetto dell’astuzia del poveraccio che risulta autolesivo: è anticulturale e impedisce qualunque crescita del soggetto e del paese, soprattutto, ma non solo, in senso politico. Questo perché l’astuzia del poveraccio è una sorta di generalizzato dubbio cosmico, vissuto come espressione di un sano scetticismo scientifico, che autorizza ciascuno a valutare di più il suo interessato giudizio di quello disinteressato formulato da un esperto.