Ascolta i sindacati ma con loro non tratta. La strategia di Matteo Renzi è chiara: metterli all’angolo e impedire che possa nascere un nuovo soggetto di sinistra capitanato dal leader della Fiom Maurizio Landini. Contano più le invettive dai tavoli della Leopolda del finanziere Davide Serra o i messaggi distensivi del sottosegretario Graziano Delrio che solo pochi giorni fa giorno fa rimarcava la necessità di stringere un patto con i sindacati sul modello dei grandi paesi? ”Ecco- per dirla con Peppino Caldarola, ex direttore de L’Unità che tra giornalismo e politica è stato uno dei protagonisti della sinistra – noi siamo stati abituati a un sindacato che non ha limiti sul fronte di intervento. E la regola della trattativa dei sindacati sulla legge finanziaria riduceva il ruolo del Parlamento. Di fatto, la sua strategia consiste nel togliere la vera forza del sindacato, quella di essere un soggetto para-politico”. Un decisionismo che una fonte renziana che ha chiacchierato a lungo con ilfattoquotidiano.it traduce così: “L’impostazione che Matteo dà è la seguente. Se si tratta di Terni, Electrolux, in casi di questo genere, la trattativa con i sindacati si porta avanti e si cerca di raggiungere un accordo. Ma se si tratta di legge di stabilità, o di Jobs Act, io governo vi ascolto ma poi sarò io a decidere”.

E in effetti il tavolo allestito mercoledì mattina a Palazzo Chigi, dopo l’assalto della polizia agli operai di Terni, va in questa direzione. La conferenza stampa congiunta tra i sindacalisti e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio è servita solo a rinnovare, da parte del sindacato, la protesta per il trattamento subito dai lavoratori delle acciaierie di Terni il giorno prima, e da parte del governo a ribadire che nessuno ordine di caricare gli operai è partito da Palazzo Chigi. Oltretutto l’atteso faccia a faccia tra Renzi e il leader della Fiom, Maurizio Landini, è durato troppo poco al punto che la risposta del sindacato dei metalmeccanici, uscendo dalla sede della presidenza del Consiglio, è stata quella di promuovere otto ore di sciopero per il mese novembre.

Una strategia sindacale che porta il premier-segretario a trincerarsi in un profondo silenzio –  da lunedì scorso non proferisce parola – salvo cinguettare così: “Aumentano i posti di lavoro: più 82 mila sul mese scorso, più 150 mila da aprile. Solo con il lavoro #italiariparte”. Un modo come un altro per rilanciare il lavoro fin qui svolto da capo dell’esecutivo per le ventiquattr’ore successive. Perché il premier-segretario ha necessità di tenere alto il livello dello scontro inviando un certo tipo di messaggio all’opinione pubblica: “Io sono un’altra cosa, rispetto a quei sindacalisti che incrostano il sistema”.

In Transatlantico, però, questo approccio basato sull’estremizzazione della comunicazione lascia intendere a parlamentari democrat di aree diverse che “la verità è che il premier non ha una strategia, ma ha semplicemente una strategia politica che consiste nel mettere all’angolo tutto quello che viene da sinistra. In primis la Camusso. In questo senso la battuta della Picierno proprio sulla leader Cgil è rivelatrice di un atteggiamento diffuso fra i renziani”. Atteggiamento che non si applica nei confronti di Maurizio Landini, “un figlio del popolo, che Renzi teme come abile comunicatore, e potrebbe addirittura togliergli il consenso di una fetta di elettorato in cerca di una alternativa seria a sinistra” (tanto che un sondaggio dell’Istituto Piepoli accredito il partito Fiom intorno al 10%). Il premier porta avanti il dialogo con il segretario dei metalmeccanici, si narra perfino che si mandino sms e si incontrino in luoghi top secret. “Sono come due amici che fanno a pugni e poi vanno a bere una birra insieme”, filtra dal Nazareno. Ma alla fine, riferiscono fonti della sinistra sindacalista, “l’approccio morbido di Renzi nei confronti di Landini deriva dal fatto che il premier pensa di rompere il fronte dei sindacati. Ma Landini non è fesso, parla con lui, e poi quando esce e va in piazza dichiara lo sciopero generale”.

Messo da parte il binomio Camusso-Landini, il problema resta all’interno del partito democratico. Alfredo D’Attore, bersaniano e testa pensante della minoranza Pd, ritiene che il partito non possa prescindere dal rapporto con la Cgil: “Spero che Renzi abbia capito che la spallata al sindacato e al ruolo dei corpi intermedi non passa. Spero che lo stia capendo e che adesso apra una fase di dialogo. Lasciamo perdere la Picierno, la linea della Leopolda porta l’Italia e il Pd in uno scontro frontale e in un vicolo cieco. Mi auguro che Renzi lo abbia capito e che torni a una sana concertazione. Concertazione non vuol dire poteri di veto ma affermare il valore del dialogo e del confronto. Confronto con le forze sociali e confronto in Parlamento che sono essenziali per migliorare legge di stabilità e legge sul lavoro. E di cose da correggere sulla legge di stabilità e sul Jobs Act ce ne sono parecchie”.

Ma la strategia renziana, per dirla con il fedelissimo del premier Ernesto Carbone, è lontana anni luce dalla concertazione sopraevocata: “Si parla e si discute con tutti, ma poi arriva il momento delle responsabilità e bisogna decidere. Per troppo tempo, infatti, la politica ha solo discusso, adesso la politica sceglie”. Approccio che nei fatti acuisce la distanza fra la gas sia renziana e una larga fetta di democrat, legata più alla tradizione sinistra e alle triangolazioni con il sindacato. E  D’Attorre con ilfattoquotidiano.it mette a verbale la linea di separazione dal premier: “Naturalmente per essere vero ascolto non può ridursi a una funzione. L’ascolto vuol dire comprendere la ragione delle critiche che vengono avanzate. Così come sono oggi legge di stabilità e legge delega sul lavoro rischiano nel 2015 di aggravare la caduta del Pil, la caduta dei consumi e la deflazione, di aggravare la caduta dell’occupazione e di aumentare la precarizzazione del lavoro. Le modifiche che proponiamo vogliono evitare questi rischi e spingere anche Renzi ad un atteggiamento ben più incisivo in Europa, dove finora se stiamo alla sostanza delle cose, al di là degli annunci e delle battute, non abbiamo portato a casa nessuno vero cambiamento”.

Anni luce dall’apparente strategia del premier-segretario che insieme ai più fidati collaboratori di Palazzo Chigi starebbe limando un piano prevedendo che l’ascolto resti tale. Le decisioni spettano soltanto al governo e al Parlamento, crede con forza il premier. “Fino ad oggi – riflette Caldarola – concertazione è stato sinonimo di discussione. Con Renzi concertazione significa decidere”. “L’obiettivo del premier per affermare la sua leadership – conclude – è quello di smontare pezzo per pezzo la sinistra così com’è, ovvero la componente ideologica, il concetto di partito di massa, e infine vuole demolire il potere del sindacato”.

Twitter: @GiuseppeFalci