Era una chiara sfida al governo di Kiev quella che ha portato le autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk ad andare alle urne per eleggere i loro presidenti e parlamentari. Un trionfo annunciato, quindi, da parte dei separatisti nel sud est del Paese. Una sfida che rischia di minare pericolosamente il già difficile processo di pace lanciato a settembre. Perché il governo ucraino – che oggi ha denunciato l’arrivo di nuove colonne militari dalla Russia – non ha alcuna intenzione di perdere un’altra fetta di territorio dopo l’annessione della Crimea da parte di Mosca a marzo. Anche l’Ue giudica le elezioni “illegali”, sottolineando che “non saranno riconosciute” perché rappresentano “nuovo ostacolo” sulla via di una soluzione pacifica del conflitto. Lo ha dichiarato il nuovo responsabile della diplomazia dell’Ue Federica Mogherini in un comunicato cui si legano anche le parole di disapprovazione del presidente ucraino Petro Poroshenko

“Queste elezioni non sono che una farsa sotto la minaccia dei carri armati” ha commentato Poroshenko, promettendo una risposta “adeguata” a questa sfida dei ribelli. Lanciata quindi dalle autorità ucraine un’inchiesta contro gli organizzatori del voto separatista, accusandoli di voler “prendere il potere” cambiando l’ordine costituzionale. Ma Kiev si è scagliata anche contro gli “osservatori internazionali” che hanno seguito le elezioni, annunciando che non potranno mettere piede in territorio ucraino. Tra loro, anche Fabrizio Bertot, ex eurodeputato di Forza Italia e ex sindaco di un Comune piemontese sciolto per mafia, che aveva già partecipato a marzo di quest’anno come osservatore internazionale al referendum il referendum con il quale la Crimea è finita tra le braccia di Mosca dopo un intervento militare da parte delle truppe del Cremlino. Allora Bertot definì “tranquilla” la votazione in Crimea, come “quelle viste spesso in Italia”. E anche oggi, a Donetsk, sostiene che “per quanto riguarda gli standard democratici e l’organizzazione del voto nei seggi non c’è la possibilità di votare più volte e quindi le elezioni si svolgono in maniera regolare”, è la conclusione dell’ex eurodeputato.

Per quanto riguarda i risultati delle elezioni, nell’autoproclamata repubblica di Donetsk ha stravinto il leader dei ribelli Aleksandr Zakharcenko, che secondo gli exit poll è stato eletto presidente con l’81,37% delle preferenze. Trionfo per Zakharcenko anche in parlamento con il suo partito Repubblica di Donetsk che, secondo la stessa fonte, avrebbe ricevuto il 65,11% dei voti. Anche nell’altra repubblica separatista, quella di Lugansk, vittoria per il leader dei ribelli Igor Plotnitski. A non essere chiaro – visto che più di 930mila persone hanno dovuto lasciare le loro case – è invece il numero degli elettori. Inoltre, secondo alcune fonti, le autorità filorusse hanno impedito la registrazione di alcuni partiti che avrebbero potuto in teoria fare concorrenza ai due capi separatisti che si apprestano a salire sulle poltrone più importanti delle loro autoproclamate repubbliche.

A una settimana dalle legislative che hanno visto trionfare in Ucraina i partiti filo-occidentali, i filorussi del sud-est sono andati alle urne con l’obiettivo dichiarato di legittimare il loro potere sui territori che occupano militarmente nelle regioni di Donetsk e Lugansk. E in questo senso hanno già trovato il pieno appoggio del Cremlino, che nei giorni scorsi ha annunciato che intende riconoscere i risultati del voto, ignorando i moniti giunti da Kiev e dai suoi alleati occidentali. Le elezioni nelle repubbliche separatiste hanno quindi dato vita a un nuovo aspro braccio di ferro tra Mosca e Occidente, proprio mentre si intensificano i combattimenti nel sud-est dove, secondo l’Onu, in sei mesi sono morte più di 4.000 persone, tra cui molti civili.

Rispetto alle tensioni sul campo, per Consiglio di sicurezza nazionale di Kiev “continua l’intenso spostamento di mezzi militari e truppe dal territorio russo” nel sud-est ucraino controllato dai separatisti. Una chiara accusa alla Russia, da cui per il momento non arrivano segnali di distensione. Anzi, il vice presidente della Duma, Mikhail Marghelov, ha avvertito Kiev che sarà “obbligata a riconoscere” il voto separatista per “una questione di guerra o di pace”. In realtà gli accordi di Minsk del 5 settembre – gli stessi che hanno lanciato la fragile tregua sempre più spesso violata – prevedono una larga autonomia per il sud-est ed elezioni locali nell’ottica di un decentramento del potere, ma non l’indipendenza di alcuna area. E per questo le autorità ucraine hanno accordato ad alcune aree della regione uno status speciale per tre anni e hanno fissato le elezioni locali per il 7 dicembre (e non per il 2 novembre).