Sono un collettivo fotografico. Una sorta di comune nel senso più puro del termine. Insieme a vivere in una grossa casa a Pianello Val Tidone, in provincia di Piacenza. Insieme a lavoro. Fotografi vecchia maniera sempre sul campo. Macchina fotografica a tracolla per le strade dei più caldi teatri europei. Da ultimi, Gaza e Ucraina. Ma anche in Italia, tra i rifugiati siciliani o gli autogrill di nuove e vecchie autostrade. Andy Rocchelli, (ucciso lo scorso maggio in Ucraina da colpi di arma da fuoco, ndr) faceva parte del collettivo. “Cesura è un luogo nel quale si condivide tutto il proprio tempo e i propri spazi, dove c’è confronto continuo e dove lo stare insieme e il lavorare insieme crea un ambiente eclettico e unico”, racconta Alessandro Sala, tra i fondatori del gruppo. Una comune di intenti e lavoro, quindi. Ma loro preferiscono il termine “bottega”. Una bottega costruita dalle mani di Alex Majoli, il secondo italiano ad entrare a far parte dell’agenzia Magnum. A Pianello Alex aveva il suo laboratorio. E da quel laboratorio è nata Cesura.

Perché la scelta di vivere in provincia?
Siamo stati assistenti di Alex Majoli prima della fondazione di Cesura. E lui aveva il suo laboratori a Pianello Val Tidone, in provincia di Piacenza. Negli anni che abbiamo passato con Alex, la vita in provincia ci ha permesso di essere completamente immersi nella fotografia senza altre distrazioni. L’importante era essere vicino all’aeroporto, e da qui Linate si raggiunge in un’ora di macchina. Nel momento in cui abbiamo deciso di far nascere una realtà nostra, quindi, abbiamo pensato di rimanere qui.

 

Per un reporter quali sono i pro e i contro di vivere fuori Milano?
Oggi vivere lontano dalla città non e più un problema come poteva esserlo vent’anni fa. Internet ci permette di mantenere solida la nostra rete di contatti, e in questo modo continuiamo a mantenere viva quella concezione del nostro collettivo come di una bottega. Il fatto di lavorare poco sulle news, inoltre, non rende problematico non essere al centro di dove accadono i fatti: siamo noi a spostarci quando ne abbiamo l’ interesse.

Quindi lavorate più su reportage che sulla cronaca?
La news fa parte del nostro lavoro, ma la maggior parte dei progetti sono frutto di ricerche personali a medio e lungo termine. Non mancano comunque i lavori legati all’attualità. Ad esempio, Gabriele Micalizzi è stato a Gaza quest’anno, mentre io sto portando avanti un progetto sugli immigrati richiedenti asilo in Sicilia. Andy Rocchelli era senza dubbio il fotografo di Cesura che più era legato al mondo della cronaca, che comunque affrontava sempre con lo spirito di approfondimento, tipico di Cesura e dei grandi giornalisti del suo stampo.

Riuscite a vivere del vostro lavoro?
Più che vivere della fotografia, noi viviamo di fotografia. Per noi la fotografia è tutto, e il nostro credere così tanto in quello che facciamo ci consente di riuscire a portare avanti Cesura e di essere fotografi a tempo pieno, sempre più difficile nel nero panorama italiano.

Più che vivere della fotografia, noi viviamo di fotografia. Per noi questo lavoro è tutto

A proposito di Rocchelli, come procede la produzione del suo libro Russian Interiors?
La produzione del libro inizierà a fine ottobre, ma il successo riscontrato dall’annuncio della prossima uscita del libro è stato grandissimo: abbiamo già moltissimi libri in prevendita.

Esistono ancora i reporter fotografici di professione, o fare foto è diventato un hobby?
Sì. Assolutamente sì. Svolta a livello professionale questa attività è un vero lavoro a tempo pieno e va considerato come tale.

Cosa ne pensi del proliferare di fotografi “fai da te”, anche grazie all’uso di Instagram e del citizen journalism?
Per noi fotografi, il problema non sono né l’uno né  l’altro fenomeno. Ben venga se anche chi non è giornalista di professione ha voglia e necessità di dire la propria sui fatti del mondo. Il problema nasce nel momento in cui le redazioni decidono di utilizzare questi tipi di lavori per ragioni puramente economiche: questo ha portato ad un abbassamento del livello medio dei lavori pubblicati e anche delle retribuzioni dei servizi, perché c’è sempre un non-professionista pronto a farsi pagare molto meno del dovuto.

Il problema nasce quando le redazioni usano fotografi non professionisti solo per risparmiare

Come inserite nuovi fotografi nella vostra squadra?
Questo posto, fin da quando eravamo ancora assistenti di Alex, ha sempre avuto una mentalità da vecchia bottega, nella quale i collaboratori arrivavano per imparare non solo un mestiere, ma anche un modo in cui affrontarlo. Noi cerchiamo di continuare su questa linea di pensiero, chiamando a collaborare con noi ragazzi giovani in cui crediamo e dei quali vogliamo poterci fidare. Ci sono molte persone che ci contattano per chiedere di poter lavorare con noi. Di solito li incontriamo e iniziamo con qualche settimana di prova. Se entrambe le parti si trovano bene, si può iniziare una collaborazione.

Quali sono i vostri maestri?
Ogni fotografo ha influenze diverse, l’unico maestro diretto e’ stato per noi Majoli da cui abbiamo imparato tanto di quello che sappiamo.

Un consiglio ai giovani fotografi?
Devono essere umili e capire al più presto che questo e un mondo molto più difficile di quanto venga percepito da fuori.