Il cambiamento climatico esiste, è quasi completamente causato dall’uomo e limitare il suo impatto potrebbe voler dire ridurre le emissioni di gas serra a zero nel corso di questo secolo. È necessario agire subito per far sì che l’impatto del fenomeno non sia irreversibile, e per farlo gli strumenti ci sono. Sono le conclusioni del rapporto sul riscaldamento globale delle Nazioni unite, presentato oggi a Copenaghen, in Danimarca.

Il documento racchiude le conclusioni di tre precedenti studi ed è stato approvato dal Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (Ipcc). Oltre all’impatto dell’uomo, analizza come i cambiamenti climatici siano già in corso e possano diventare irreversibili a meno che le emissioni di gas serra non siano tagliate. Secondo l’Ipcc, gli scienziati sono certi al 95% che l’aumento dei gas serra dovuto a combustione di carboni fossili e la deforestazione siano le principali cause del riscaldamento dalla metà del ventesimo secolo.

Il quarto e finale volume dell’Ipcc non offre sorprese rispetto agli studi precedenti, ma si concentra sulla dimensione del fenomeno. Lo studio sottolinea che se le emissioni causate dalla combustione di carboni fossili non saranno ridotte quasi a zero nel corso di questo secolo, per mantenere le temperature sotto un certo livello, il mondo potrebbe venir bloccato su una strada che avrebbe impatti “irreversibili” sulle persone e l’ambiente. Parte di questo impatto, come l’innalzamento del livello del mare, l’oceano più caldo e acido, lo sciogliemento dei ghiacciai e ondate di calore più frequenti e intense, sono già visibili.

Il rapporto tuttavia, offre anche qualche speranza. I mezzi necessari per tornare sulla giusta strada esistono: bisognerebbe abbandonare la dipendenza dal petrolio, dal carbone e dal gas che alimentano il sistema energetico globale inquinando l’atmosfera con emissioni di CO2. “Abbiamo i mezzi per limitare il cambiamento climatico”, sostiene il presidente dell’Ipcc, Rajendra Pachauri, che poi aggiunge: “Le soluzioni sono molte e consentono la continuazione dello sviluppo economico e umano. Tutto ciò di cui abbiamo bisogno è la volontà di cambiare, che confidiamo sarà motivata dalla conoscenza e dalla comprensione scientifica del cambiamento climatico”.

L’Ipcc è stato istituito nel 1988 per affrontare il tema del riscaldamento globale e il suo impatto. I delegati hanno lavorato fino all’ultimo minuto ieri sera per stilare i documenti finali dopo una settimana di incontri a Copenaghen. Qui si è registrata una frattura tra Paesi sviluppati e in via di sviluppo, sulle parti del testo che discutono quali livelli di riscaldamento globale possono essere considerati pericolosi. I delegati non sono giunti a un accordo e alcuni testi sono stati eliminati dal rapporto, con il disappunto degli scienziati. “Se i governi vogliono che l’Ipcc faccia il suo lavoro, non devono farsi coinvolgere in lotte che non hanno nulla a che fare con l’Ipcc”, commenta Michael Oppenheimer, principale autore del secondo rapporto dell’Ipcc. L’omissione di questa parte ha fatto sì che la parola ‘pericoloso’ scomparisse del tutto dalla sintesi dello studio. Compare infatti solo due volte in un rapporto più lungo, rispetto alle sette volte delle bozza prodotta prima dell’incontro di Copenaghen. La parola ‘rischio’ viene invece utilizzata 65 volte nella sintesi finale di 40 pagine.

L’impegno internazionale sul tema continuerà il prossimo mese a Lima, in Perù, ultimo appuntamento prima del summit che si terrà a Parigi il prossimo anno, dove dovrebbe essere adottato un accordo globale sulle azioni da intraprendere in materia di clima. La sfida più difficile sarà decidere chi dovrà fare cosa. Ma già si prevede una lotta tra i Paesi ricchi e quelli in via di sviluppo. I primi chiederanno a tutti di abbracciare obiettivi ambiziosi, mentre i secondi potrebbero continuare a sostenere che ci sono nazioni che storicamente hanno maggiori responsabilità e dovrebbero essere in prima linea per aiutare i Paesi più poveri a far fronte all’impatto del riscaldamento globale. L’Ipcc finora ha evitato di prendere parte alla disputa, sottolineando solo che i rischi dei cambiamenti climatici “generalmente sono maggiori per i popoli e le comunità svantaggiati nei Paesi a tutti i livelli di sviluppo”.