Non solo politici e imprenditori. Ma anche guardie penitenziarie, funzionari dell’Agenzia delle Entrate, commercialisti e consulenti finanziari. Ecco da chi è formato lo zoccolo duro di connivenze su cui si regge la ‘ndrangheta lombarda. Una rete ricostruita dall’operazione “Quadrifoglio” che ha portato in carcere 13 persone, l’ultimo micidiale colpo inferto dall’antimafia di Milano alla famiglia Galati. Interessata ai subappalti legati a Expo e alla compravendita di terreni nel Comune di Rho.

Nelle 800 pagine dell’ordinanza del giudice Alfonsa Maria Ferraro vengono tratteggiate differenze sempre più sfuocate, distanze sempre meno nette tra la regione più ricca d’Italia e la Calabria. Perché anche qui, nelle terre dell’Esposizione Universale, i padrini possono contare sull’aiuto di esponenti minori della “società civile” per controllare il territorio e accrescere il proprio prestigio criminale. Una zona grigia sconfinata, fatta di amicizie meno altolocate rispetto a quelle con manager e rappresentanti delle istituzioni (che comunque non mancano, come testimonia l’arresto del consigliere comunale Pd Calogero Addisi). Ma in qualche modo più utili. Perché se è vero che il politico può garantire l’appalto, è altrettanto vero che un commercialista può provvedere a problemi più stringenti.

E’ il caso di Paolo Zaninelli (non indagato), bergamasco, che tiene la contabilità delle ditte di movimento terra riconducibili a Giuseppe Galati, nipote di Antonio Galati, sospettato dagli investigatori di essere emissario in Lombardia dei potenti Mancuso. In cambio il professionista può contare sulla protezione del gruppo. Ad esempio quando deve recuperare 25mila euro. Senza battere ciglio, Antonio Galati corre in suo aiuto. E lo fa – si legge nell’ordinanza – utilizzando i metodi della ‘ndrangheta: minacce e intimidazioni. E’ lo stesso Galati, anni dopo, a raccontare come andarono le cose. L’appuntamento è alle 10 nello studio del professionista. Queste le parole che rivolge al debitore:  “Ma tu devi dare i soldi a Paolo? No no no gli ho detto: Aspetta un attimo, quanto ti deve dare? 25.000 euro, per la scomodità adesso me ne paghi 26”. Mille euro in più per il disturbo, si compiace Galati, che nelle ricostruzioni dell’antimafia, continua così: “Piglia il blocchetto degli assegni e fai l’assegno subito. E ti faccio il cranio te lo apro come un’anguria”. Il favore non è gratuito, ovviamente. A Zaninelli il conto da saldare viene presentato nel 2013. Con tutti gli interessi. Antonio Galati è in carcere per reati finanziari, ma la sua situazione rischia di aggravarsi per un processo per bancarotta fraudolenta a Bergamo, nato dal fallimento di una società. Per evitare il peggio, scrivono i giudici, Galati pretende che il commercialista e altri due soci si accollino le responsabilità. Una richiesta che viene avanzata nel più classico dei modi: con la forza.

Un altro personaggio che secondo i giudici dà una mano alla cosca è Giuseppe Baldessarro, funzionario dell’Agenzia delle Entrate di Cantù originario di Reggio Calabria, che non risulta indagato. E’ ancora Antonio Galati a spiegare a un amico l’importanza di poter contare su una figura del genere. “Io ho persone che se li vedi sono straccione, no? Però dici: Non servono, possono servire… Io entro a quel cazzo di Ufficio delle entrate!”. Ma Baldessarro è di aiuto anche per le piccole cose. Ad esempio consiglia al capo del gruppo di far battere un po’ più scontrini ai proprietari di un panificio riconducibile alla cosca, che ne ignorano l’esistenza. Perché “se vanno colleghi miei di qua che vanno là ed eventualmente glielo chiudono”, avverte il funzionario. Galati accetta il consiglio e si precipita nel forno di Mariano Comense: “Fate questi cazzi di scontrini”. Ma l’aspetto più interessante della vicenda è la nascita del rapporto tra i due. Non è il capofamiglia a cercare il funzionario. Al contrario. E’ Baldessarro che – secondo Galati – si sarebbe gettato ai suoi piedi durante un controllo nella villetta pagata in contanti a Bovisio Masciago. E’ sempre Galati che ricostruisce: “Come avete fatto i pagamenti? Gli ho detto: Ma tu che vuoi? No, ma io sono un amico. Sono venuto più perché sapevo che siete calabresi se siete un amico che possiamo… “. E prima di girare i tacchi e andarsene, l’uomo – racconta sempre Galati – butta lì una frase: “Qualsiasi cosa avete bisogno io sono a disposizione l’Agenzia delle Entrate è a disposizione per voi“.

Ma in questa storia fatta di violenza e affari, i protagonisti non sono solo mafiosi, colletti bianchi, o funzionari. Anche chi dovrebbe servire lo Stato riesce a ritagliarsi un ruolo, se non principale, almeno da comparsa. Come Peppino Guerrera, agente penitenziario a San Vittore, con qualifica di autista. Il suo nome spunta quando i giudici di Milano ricostruiscono il pestaggio di un benzinaio che si è rifiutato di farsi pagare con il bancomat dalla figlia incinta di Antonio Galati. E’ ancora lui che fornisce i dettagli: “E gli ha spaccato quel naso e quel sangue schizzava a tre punte … poi è caduto per terra , gli abbiamo rotto tutte le bottiglie, sgabelli nei fianchi … io le scarpe le ho sporcate perché l’abbiamo picchiato in testa, quando arrivo al terreno poi, Peppino Guerrera ha lasciato il cancello aperto e sotto c’è il garage, ho messo la macchina lì dentro, via a piedi di corsa”.

Eccoli dunque i personaggi secondari a fianco dei padrini, balzati fuori delle ultime cronache criminali lombarde. Sono loro gli esponenti della “società civile” grazie ai quali la ‘ndrangheta, qui come in Calabria, riesce a diventare essa stessa tessuto sociale del territorio. Radici marce. Ancora una volta estirpate dal Ros dei carabinieri e dalla Dda milanese di Ilda Boccassini. Ma di sicuro, pronte a ramificarsi di nuovo.