Dopo pochi minuti dalla nomina di Mia Hamm nel cda della Roma, sia Espn sia Usa Today (tra i primi ad averla data) hanno lanciato la notizia in maniera molto sobria, come fosse normale, al contrario di quanto avvenuto invece nei nostri media. Molti, anche i siti delle testate più importanti, hanno tenuto subito a mostrare le foto della Hamm in versione starlette, foto con abiti lunghi luccicanti o mini e comunque tante paillettes (sarà capitato pure a lei di indossare quegli abiti, ma non è certo passata alla storia per questo), come se la notizia dell’ingresso della più grande calciatrice di tutti i tempi possa attirare l’attenzione degli uomini solo per questo.

Ma il punto è un altro. La Hamm porta con sé una dote immensa, lontana anni luce dalla cultura italiana che ruota intorno al calcio, ha la capacità di trasmettere esattamente quello che lo sport del calcio deve tornare ad essere. Gioco, appunto. E divertimento. Spulciando negli articoli del New York Times che le sono stati dedicati nel corso degli anni, tutto questo ti arriva in maniera lampante. Dunque, come è arrivata alla Roma? Due anni fa aveva presentato la Roma a Disneyworld, un mese fa era intervenuta al premio Golden Foot di Montecarlo lanciando grandi lusinghe al club italiano (“il mio giocatore preferito è Francesco Totti“, nominare Totti e fargli i complimenti davanti un microfono è sempre il Mia Hammprimo passo per avere l’abbraccio di una cerchia molto importante che ruota intorno al club, tutti i giornali il giorno seguente lo scrivono e le radio romane ne parlano; se avesse detto “il mio giocatore preferito è Di Natale”, nessuno lo avrebbe saputo), e non per ultimo: suo marito, Nomar Garciaparra gioca a baseball nei Red Sox di James Pallotta.

La dote positiva che porta con sé Mia Hamm fa intravedere una luce, uno spiraglio anche per il nostro ambiente: annunciò il ritiro dall’attività sportiva a soli 32 anni, rifiutò di posare per alcune copertine di settimanali (se non con la propria squadra), rivendica come arma vincente per la sua carriera da calciatrice la dedizione al lavoro. Ora vediamo lo spazio che le verrà concesso e se sarà adeguatamente protetta nel caso lanci nuove idee e proposte (il guaio è sempre questo per le singolarità che entrano in un contesto omogeneo…come la fisica ci insegna).

Pochi giorni fa ho scritto un post sul fenomeno Soccer Mom, che ho conosciuto da vicino durante il mio viaggio a San Francisco. Perdonate la parentesi autoriferita, ma volevo solo ricordare che il calcio è lo sport più praticato dalle donne al mondo (i dati dicono questo). In Italia tante ragazze lo praticano, però questa cosa non fa notizia, come non fanno notizia i loro nomi, nemmeno a livello di nazionale italiana: basti pensare che la partita di mercoledì scorso contro l’Ucraina, valida l’accesso ai playoff per qualificarsi al Campionati del Mondo, era possibile guardarla solo nel web, perché piuttosto che trasmetterla si è preferito mandare in onda il biliardo.

Ancora si nomina la Morace, se proprio si vuole cercare un nome che la rappresenti. O, se ci va bene, al massimo si arriva alla Panico. Mentre di esponenti valide, con una bella testa, ce ne sono tantissime. Sconosciute, certo. Magari con un secondo lavoro. Ma che possono aprire un mondo dove trovare ancora i valori e il senso stretto di gioco, che per certi aspetti il calcio dei maschi ha perso da tempo. Comunque, speriamo che l’ingresso di Mia Hamm tutto non sia solo uno specchietto per le allodole, non sia una trovata di marketing per promuovere qualcos’altro. Insomma, speriamo non sia solo il token woman (come fanno gli americani quando allestiscono il cast di una serie tv, e scelgono sempre un uomo dai tratti indiani, una donna bianca, un uomo colored e così via, per coprire tutte le classi sociali, la gente si identifica e applaude).