Viene spesso identificato come un’industria ricca e dorata. Ma come una fabbrica di operai ha avuto il suo autunno caldo. Quello del calcio italiano è stato un ottobre nero, durante il quale ha visto soffiarsi da sotto il naso oltre 60 milioni di euro tra spese non previste, sgravi mancati e fondi destinati ad altri sport. Inutili le minacce più o meno velate di serrate e di allontanamento dal Coni. Lo sport principe della Penisola scende dal trono e con l’aria che tira non è detto che i colpi da incassare siano terminati.

La tassa sulla sicurezza: tra 2,5 e 7,5 milioni in più – Tutto inizia il 2 ottobre quando Renzi ufficializza la volontà del Governo di far pagare ai club gli straordinari delle forze dell’ordine impiegate durante le partite al di fuori degli stadi. In realtà le cose non andranno proprio così, perché l’emendamento al decreto stadi prevede solo una contribuzione dei club, attraverso una tassazione della biglietteria tra l’1% e il 3%. A conti fatti si parla di un esborso racchiuso in una forchetta tra i 2,5 e i 7,5 milioni di euro. Quanto basta alla Serie A per invocare l’articolo 3 della Costituzione e convocare un’apposita assemblea straordinaria nella quale si chiede di cancellare la nuova tassa (leggi). E’ il 10 ottobre. Cinque giorni dopo il decreto è convertito in legge dal Senato, dove viene posta la fiducia. Nessuna variazione, quindi. Il calcio perde la sua battaglia.

Irap, nessuno sgravio. Anzi – Con ancora l’amaro in bocca per la sconfitta, arriva un’altro boccone indigesto. La Legge di stabilità 2015 prevede infatti il taglio della componente costo del lavoro dall’Irap, ma solo per gli assunti a tempo indeterminato (leggi). I calciatori lo sono invece per definizione a tempo determinato (la legge Bosman impone contratti al massimo quinquennali). Le società di calcio non rientrano quindi tra le imprese che verranno agevolate dalla Finanziaria. Diversamente avrebbero risparmiato circa 30 milioni di euro sui 40 che annualmente versano di Irap alle casse pubbliche. Non solo, la legge prevede lo stop allo sconto del 10 per cento sul cuneo fiscale, facendo lievitare l’Irap sul lavoro a tempo determinato dal 3,5 al 3,9 per cento. Un +10% che tradotto in termini pratici vuol dire altri 3 milioni di esborso.

La mazzata del Coni – Con l’avvicinarsi di Halloween è arrivato l’ennesimo “scherzetto”, questa volta dal Coni. Il Consiglio nazionale del comitato olimpico riunitosi martedì 28 ha ratificato una sforbiciata pesantissima dei contributi pubblici al calcio. Venticinque milioni in meno, redistribuiti agli sport ‘minori’ (leggi). L’adozione dei nuovi parametri in maniera secca avrebbe svantaggio ulteriormente il mondo del pallone, ma il presidente Giovanni Malagò ha preferito con “buon senso” inserire un tetto del 30% all’incremento per ogni singola federazione sportiva. Un vincolo in grado di fermare l’emorragia e consegnare 37,5 milioni di euro alla Figc. “Una scelta politica – ha commentato il presidente Carlo Tavecchio – In questo Paese chi produce reddito viene penalizzato”. C’è chi parla di una possibile ulteriore trattativa con il comitato olimpico, che però risponde picche. E il 14 novembre c’è il Consiglio federale, pronto a lanciare l’ultimatum. Il calcio dovrà stringere la cinghia. Ma non si rassegna. Pallone e picchetto, prepara il suo autunno più caldo.

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