Dice Massimiliano Bruno che il meccanismo comico di Confusi e felici, il suo terzo film, figli da un paradosso e da un ribaltamento di prospettiva. “Chi dovrebbe aiutare i suoi pazienti, lo psicanalista Claudio Bisio, si trova improvvisamente di fronte a un problema drammatico e a dargli una mano, inaspettatamente, sono i suoi pazienti”. Smarriti come da titolo e inizialmente inadeguati alla partita della vita, scendono dal lettino, si liberano delle paure, abbandonano i fantasmi e alla fine, nel sostenere moralmente chi li avrebbe dovuti tirare fuori dal baratro, guariscono senza terapia e si trasformano in persone migliori di quel che erano. Tra le grevità di uno strepitoso Marco Giallini, le revanche di stampo calcistico del telecronista cornuto Rocco Papaleo e il desiderio d’amore inevaso di Caterina Guzzanti, Bruno ha costruito un film divertente che non si affida al rutto per riempire le sale.

L’evocato modello di riferimento, il francese Quasi Amici, guarda con fiducia “alla risata che si fa beffe delle avversità” e in qualche modo, dice il regista, somiglia allo sguardo che lo ha accompagnato negli anni dell’adolescenza: “Nei giorni di festa, mentre i miei amici andavano al Piper o a farsi le canne, andavo a teatro con il mio amico Urbano. L’avevo scoperto grazie a un insegnante di Storia e Filosofia e dopo aver visto un Pirandello, eleggerlo a tappa fissa del sabato pomeriggio era stato automatico. Il biglietto costava niente e poco male se nel mio quartiere” un po’ come nella Livorno di Virzì in coincidenza di un congiuntivo corretto “al nostro passaggio ci gridavano ‘froci’”. Bruno ne rideva, non diversamente da quando nei centri commerciali, con la compagna, una sconvolta biologa marina, qualcuno lo riconosce come l’orrendo Martellone di Boris e da dietro le colonne, tuona un anonimo “bucio de culooooo”. “L’ultima volta che è successo, lei mi ha preso da parte e mi ha chiesto ‘Scusa Max, ma tu che lavoro fai esattamente?”.

Massimiliano Bruno, vincitore di Nastri d’Argento e David di Donatello, padre avvocato, madre insegnante e pittrice, calabresi di stanza a Roma con tre figli avrebbe dovuto fare altro. Da studente di Giurisprudenza iniziò a scrivere per il teatro e recitò in coppia con Paola Cortellesi: “Ci conoscemmo, diventammo amici, trovammo un agente comune e provammo a farci strada. Ci presentavamo e a tarda sera, nella sporta, c’erano solo rifiuti: ‘Come vi chiamate esattamente? Lei è Paola Cortesini?”. All’ennesimo portone sbarrato, decisero di far da soli: “Interpretammo un testo scritto a quattro mani e pregammo Furio Andreotti di farci da regista. In scena avremmo dovuto darci un bacio, ma eravamo come fratelli e ci sembrava innaturale. A un certo punto, nel bel mezzo della prova generale, il teatro venne squassato da una bestemmia. Era Andreotti. ‘Domani qui ci sono 120 persone, se non vi baciate veramente me ne vado a casa e non mi vedete più’. Eseguimmo”. Venne poi cooptato da Fausto Brizzi e Marco Martani per scrivere un copione televisivo: “All’epoca avevo la puzza sotto il naso e meditai il rifiuto, non appena seppi quanto mi avrebbero dato cambiai idea” e infine convocato a collaborare alla sceneggiatura del fortunato Notte prima degli esami: “Avevo scritto Il silenzio, la storia di due ragazzi che appena affrontata la Maturità devono partire per le vacanze. Uno dei due, il 2 agosto 1980, ha la sfortuna di passare per la stazione di Bologna proprio alle 10 e 25 del mattino e muore. Brizzi si ricordò dello spettacolo e mi chiese di partecipare a un film di registro opposto. Andò bene”.

Guardandosi indietro, tra i pomeriggi “di assoluta solitudine trascorsi a giocare da solo a Subbuteo muovendo i giocatori di entrambe le squadre”, le sere in Vicolo del Fico a far mattina e musica al Locale con Valerio Mastandrea, Daniele Silvestri e il palco con Claudio Santamaria: “Che all’epoca portava improbabili capelli gialli ed era già bravissimo, recitammo fianco a fianco in uno spettacolo diretto da Lizzani” a questo ragazzone del giugno 1970, con le basette lunghe, lo sguardo buono e il pizzetto da Lucifero, viene nostalgia: “Tra la fine degli 80 e l’inizio dei 90, a Roma vivemmo un periodo magico”. Si considera fortunato: “Molto fortunato perché Federica Lucisano, ai tempi di Nessuno mi può giudicare, mi diede in mano una Ferrari”. Pausa. “Avrei potuto schiantarmi”. Non è accaduto, ma parlare di miracolo gli sembra improprio: “Come i pazienti del mio film, ho lavorato su me stesso: sono agnostico, i miracoli non esistono”.