Il democratico Mark Udell, senatore del Colorado, è dato per spacciato, almeno politicamente. Il suo avversario alle prossime elezioni di midterm, il repubblicano Cory Gardner, è in testa, secondo gli ultimi sondaggi, di almeno 3 punti. Nel tramonto politico di Udell ha giocato un ruolo fondamentale Crossroads GPS, il gruppo no profit fondato da Karl Rove, che ha attaccato il democratico per il suo ruolo nella riforma sanitaria di Barack Obama. Stessa sorte per un candidato repubblicano, Tom Cotton: messo in difficoltà in Arkansas dalla campagna orchestrata ai suoi danni da un altro gruppo, Patriot Majority USA.

Il fatto è che mentre i candidati ci mettono la faccia, la loro storia e interessi, le associazioni no profit che li combattono, o li appoggiano, hanno il diritto di non svelare l’origine dei propri finanziamenti. La loro influenza nella politica americana è comunque enorme. Il Center for Responsive Politics ha calcolato che agli inizi di ottobre questi gruppi avevano investito nelle elezioni 100 milioni di dollari. Prima della fine della campagna, il 4 novembre, la cifra sarà probabilmente raddoppiata: 200 milioni di dark money, come lo chiamano, soldi “misteriosi”, che nell’oscurità cercano di influenzare il processo democratico e le sorti dei rappresentanti del popolo.

Duecento milioni di dollari possono sembrare una somma in fondo piccola, in una campagna elettorale come quella di medio termine che, alla fine, costerà qualcosa come 4 miliardi di dollari. La cifra è oggettivamente molto alta, se si pensa che nel 2004 le elezioni presidenziali erano costate un miliardo e 900 milioni. In dieci anni, dunque, i costi della politica sono più che raddoppiati e promettono di moltiplicarsi nell’immediato futuro. Tra due anni ci sono infatti le elezioni presidenziali; la campagna vera e propria scatterà tra alcuni mesi e gli osservatori già pensano a una spesa totale che potrebbe avvicinarsi ai 10 miliardi di dollari.

Il fenomeno del dark money è però diverso e più preoccupante. I gruppi no profit, o 501 (c), sono anzitutto diversi dai comitati nazionali dei partiti, dalle campagne dei candidati, persino dagli influentissimi Super PAC. Questi ultimi distribuiscono infatti larghe somme di denaro, ma devono rivelare chi sono i loro donatori. Due sentenze della Corte Suprema, il Buckley Case del 1976 e la Citizen United del 2010, hanno riaffermato il principio dell’obbligo di rendere pubblici i nomi dei finanziatori. Persino la Citizen United, una sentenza molto criticata perché cancella qualsiasi restrizione alle donazioni da parte di singoli e organizzazioni, mantiene il principio della “pubblicità”. Scoprire l’origine dei finanziamenti “consente agli elettori di fare scelte informate nel mercato politico”, hanno scritto i giudici nella sentenza.

Il dark money viene però dai gruppi no profit, da quelli che hanno come loro missione “promuovere il bene pubblico e il benessere sociale”. L’intento “sociale” li esenta dall’obbligo di pagare le tasse e dichiarare i propri benefattori, anche se è risaputo che la gran parte di questi gruppi non sono nati per favorire il benessere sociale ma per promuovere, o danneggiare, un candidato. Crossroads è, per esempio, il cosiddetto “braccio sociale” dell’impero finanziario e politico di Karl Rove, mentre Patriot Majority USA gravita attorno all’universo politico e finanziario del capogruppo democratico del Senato, Harry Reid. La sua forza economica è impressionante, nutrita soprattutto dalle donazioni dei maggiori sindacati, pari ad almeno tre volte quella di un altro gruppo liberal, Priorities USA, considerato molto vicino a Barack Obama. Il ruolo chiaramente politico di questi gruppi ha spinto lo stesso Internal Revenue Sevice, l’ufficio delle tasse americano, a chiedere nuove regole che possano prendere di mira i finanziatori.

I benefici offerti da questi finanziamenti sono abbastanza chiari. Da un lato sfuggono a ogni tipo di tassazione; dall’altro, consentono ai donatori di restare anonimi ed evitare imbarazzi e pericolose ritorsioni. Si sa comunque che tra i soggetti più generosi con i gruppi no profit ci sono la Chamber of Commerce, la National Rifle Association e la League of Conservation Voters. Probabili donatori sono anche Microsoft, Wal-Mart e molte compagnie di telefonia. A guidare la classifica dei gruppi no profit più ricchi è comunque, anche nelle elezioni di medio termine di quest’anno, Americans for Prosperity, un istituto conservatore con a disposizione una straordinaria macchina organizzativa – per complessive 36 sedi e più di due milioni di membri – centinaia di finanziamenti (ovviamente anonimi) e un campo d’azione che si è abbattuto quest’anno contro i candidati democratici di North Carolina, Louisiana e Arkansas. La forza degli Americans for Prosperity è tale che il Washington Post ha definito la sua struttura “il terzo partito politico d’America”.