Lo dichiaro subito: se mai qualcuno volesse realizzare un documentario sulla mia attività di fotografo (ipotesi ai confini con la fantascienza), dopo essermi arrovellato per circa due secondi risponderei di sì, inchinandomi e abbracciando l’interlocutore. Tanto per chiarire che quanto sto per dire non vuole colpevolizzare nessuno, giacché sarei volentieri “uno di loro”.

Veniamo al dunque: esce in questi giorni al cinema un film-documentario per la regia di Wim Wenders che s’intitola ‘Il sale della terra’; soggetto e protagonista del lungometraggio è un famoso fotografo, Sebastiao Salgado.
Film stupendo, epico, impressionante, e chi più elogi ha più ne metta. Da vedere assolutamente.

Non è del film nello specifico, però, che intendo parlare. Piuttosto mi interessa il cortocircuito che si crea quando un fotografo, in qualche modo, recita la parte di se stesso.
Io credo che i documentari sui fotografi siano, per numero, secondi solo a quelli di viaggio e di natura. Non c’è professione al mondo così raccontata come quella del fotografo, e gli esempi sono davvero moltissimi: esistono documentari (alcuni acquistabili in Dvd, altri prodotti e trasmessi da reti televisive) su Nachtwey, Leibovitz, Avedon, Newton, McCurry, eccetera; solo in Italia, che non è certo il Paese della fotografia, Sky Arte ha realizzato una lunga serie di documentari sui nostri fotografi e una casa di produzione bolognese ha prodotto e messo in vendita documentari su Scianna, Berengo Gardin, Fontana, Jodice e altri ancora.
Mi fermo qui, ma potrei andare avanti ancora con molti altri esempi.

Insomma: se prima la figura del fotografo, sempre molto mitizzata, era rappresentata da un personaggio di fantasia interpretato da un attore all’interno di un film che lo vedeva protagonista (uno su tutti, Blow-Up di Antonioni), ora il fotografo stesso si fa attore, nella “messa in scena” del suo lavoro. Non è vero documentario (tipo vita delle balene), non è vero film (non ha trama e attori in senso stretto).

Da qualche tempo si è coniata la definizione di docu-fiction, che però è altro ancora, ovvero una sorta di reportage, a partire da storie vere, ma ricostruito e recitato da attori, con l’inserimento di contributi reali.
No, qui siamo all’autorappresentazione, uno strano ossimoro in cui il fotografo è contemporaneamente dietro all’obiettivo e davanti all’obiettivo.

La domanda è: come si sente un fotografo nella consapevolezza che, mentre fotografa, viene a sua volta ripreso? Se un fotografo documentarista trova inammissibile addomesticare la realtà, come può accettare di farsi parte di una realtà addomesticata in quello che dovrebbe essere un documentario? Ripeto, sarei il primo a buttarmici, dunque queste domande non sono un dito puntato, ma la curiosità di sbirciare lo stato d’animo di un fotografo che si trova ad essere cacciatore e bersaglio allo stesso tempo. Se ci pensate è un gioco di equilibrismo difficile da condurre, ma ormai – si sa – tutto è comunicazione, e dunque anche la propria attività professionale beneficia di visibilità (altro che fotografo invisibile e Leica dipinta di nero…), il narcisismo non è più un peccato e l’autopromozione mediatica una necessità.

E poi, ora dobbiamo chiedercelo, quanti fotografi (parlando di fotogiornalisti e fotodocumentaristi) ancora davvero ritengono inviolabile il prelievo dal vero senza alcun intervento “registico”?
Chi sbandiera il totem del reportage eticamente e deontologicamente “in presa diretta”, sul serio non ha mai neanche spostato una sedia nella scena? Non ha mai chiamato uno sguardo in macchina? Difficile da credere.
Ma tutto poi diventa paradossale, divertente e sorprendente quando scopriamo che il fotografo più geloso della sua invisibilità che ci sia mai stato, ancora il nostro Cartier-Bresson, è forse l’unico fotografo della storia che la professione di attore l’ha fatta davvero. Lui, che non voleva essere fotografato per non essere riconosciuto, da giovane compare nel film “La règle du jeu” di Jean Renoir, e qui sotto lo potete vedere tutto imbrillantinato (è quello che parla con la domestica). Prima attore, in seguito fotografo, mai fotografo-attore.

Contrappasso: è notizia di questi giorni – e qui torniamo alla fiction – che la Carnival Film realizzerà una serie televisiva dedicata all’agenzia Magnum (di cui Cartier-Bresson è tra i fondatori): i fotografi stessi di Magnum (o i loro eredi) hanno accettato di essere interpretati da attori.

Ma detto questo, rinnego tutto e, per favore, fatemi fare almeno un corto, una clip, uno spot, tanto per esistere. Mi muoverò da fotografo, parlerò da fotografo e mi vestirò da fotografo. Lo giuro.

(seguitemi su Twitter @ilfototipo)