La Regione Sardegna, presieduta da Francesco Pigliaru, ha approvato un disegno di legge (ddl) concernente “norme per il miglioramento del patrimonio edilizio e per la semplificazione e il riordino di disposizioni in materia urbanistica ed edilizia”.

Non è una legge organica sull’urbanistica, di cui hanno bisogno la Sardegna e l’Italia. Al contrario, si punta a dare continuità amministrativa al cosiddetto “piano casa” della destra di Cappellacci, ex presidente della Giunta. Il ddl si discosta da molte posizioni di Cappellacci, ma l’impostazione di fondo è la stessa, con l’aggravante che il piano casa, pensato come norma temporanea, non ha scadenza e diviene strutturale. Contro questo metodo varrebbero tutte le considerazioni del centrosinistra quando era all’opposizione, che era contrario ad un piano casa…a scadenza!

In Europa, in Occidente, c’è chi pensa che aumentando i volumi ed il numero delle stanze si possa dare risposta alla necessità abitativa del popolo: nulla di più falso*! In questi ultimi tre decenni il numero delle stanze in Sardegna ed in Occidente è aumentato notevolmente, ma la precarietà abitativa è aumentata a sua volta. Il problema non è che si è costruito poco, bensì come e come si comportano coloro i quali detengono il costruito.

La giunta è in continuità con questa impostazione, per quanto mitigata. Vengono confermate, nelle aree B e C **, gli aumenti volumetrici del piano casa, seppur ridotti. Ma se esiste un piano urbanistico comunale, con le sue proporzioni, il suo bilancio tra servizi e volumi abitativi, tra verde e volumi, perché permettere con questa legge un allargamento per legge? Sarebbe prevaricante rispetto alla scelte dei comuni, e sarebbe la sconfitta dell’idea della pianificazione urbanistica.

Il settore dell’edilizia, dai manovali ai grandi architetti è in fortissima crisi. Capisco gli ingegneri per cui il piano casa è servito per tirare a campare, ma proviamo ad allargare un po’ lo sguardo? Dal 2009 esiste il piano casa, e la crisi dell’edilizia non si è fermata, né a Cagliari né in Sardegna. Pensiamo che il piano casa sia ancora il modo giusto per dare lavoro?

Chiariamo poi che il piano casa non è un piano casa! La precarietà abitativa in questi anni è notevolmente aumentata, e non sarà il ddl Pigliaru a dare una risposta. Anzi, rinviando il problema lo si incancrenisce, facendolo ancora aumentare. L’unico vero piano casa è stato portato avanti nel dopo guerra, e diede centinaia di migliaia di case a chi non aveva nulla. Il cosiddetto piano casa di Cappellacci permise ai ricchi con tripla e quadrupla casa di allargarsi e fare qualche stanza in più, ed ad alcune famiglie proprietarie in città di costruire. Ma non è stata una soluzione.

Vi è poi il provvedimento che permette un aumento di cubatura per gli alberghi, anche all’interno dei 300 metri dalla linea di battigia. L’aumento non riguarda il residenziale, bensì i servizi. In questo modo, oltre che permettere in futuro un eventuale cambio di destinazione d’uso (nel nome dell’urbanistica flessibile!) si stabilisce comunque di favorire chi, in ogni caso, ha strutture di fronte alla costa. Perché non si compie, invece, una netta scelta politica a favore delle strutture più lontane dal mare e, magari, delle aree interne? Perché non si convalida il modello di accoglienza immaginato nel Ppr (Piano Paesaggistico Regionale)?

Pur senza gli eccessi di Cappellacci, l’impostazione moderata che ispira il ddl Pigliaru è la medesima. Non si cita il concetto di “volume zero”, ormai acquisito dall’Unione Europea (non dal soviet!), e si parla più generalmente di “limitazione del consumo del suolo”, lasciando lo spiraglio aperto per il consumo, e non vi è alcun intervento sulla rendita.

Se si vuole arrivare ad una legge urbanistica generale e di rottura con il paradigma dominante si dovrebbe ritirare il provvedimento, far decadere la legge sul piano casa, e ricominciare su un altro livello.

* Vedi, a titolo di esempio, tutta l’opera di David Harvey. Cfr. David Harvey, Il capitalismo contro il diritto alla città: neoliberismo, urbanizzazione, resistenze, Ombre Corte, Verona 2012.

** Le aree B e C sono quelle aree, residenziali e di completamento, esterne rispetto al centro storico, che viene definito area A.

(Ringrazio Susanna Galasso e Sandro Roggio, con i quali mi sono confrontato sul ddl)