“Non dare mai nulla per scontato”. Lezioni di arrampicata firmate Mario Lacedelli. Animale cortinese, in senso totale, classe 1960, Mario è il fondatore della rassegna “Cortina InCroda” e il presidente del gruppo Scoiattoli, i rocciatori dalla divisa rossa che da settantacinque anni rappresentano la verticalità ampezzana. E lo spirito della montagna di questi decenni: la sfida, l’avventura, la coesione. Nel 1954, sessant’anni fa, lo zio di Mario, Lino, sfidò e vinse la “montagna selvaggia”, il K2, con i suoi 8611 metri, insieme ad Achille Compagnoni.

“Tra la vetta del K2 e il cielo ci sono due uomini”, scrisse qualcuno. Dieci anni fa, nel 2004, il nipote ha festeggiato il cinquantennale con un’altra spedizione, che ha raggiunto di nuovo la vetta. Così, nel cuore di questo ampezzano l’Asia ha lasciato qualcosa: uno spirito riflessivo, poco “rock” e molto meditato, quello di uno che ha provato sulla sua pelle le attese, la fatica, l’affascinante durezza dell’Himalaya.

Quando e dove ha cominciato?
Le prime scalate le ho fatte a quindici anni. Ho iniziato dove iniziano un po’ tutti, a Cortina: in quella palestra naturale che sono le Cinque Torri.

La prima spedizione?
Perù, 1980. Cinque ragazzi di Cortina. Fu un’avventura. Intanto per l’età media: avevamo tutti non più di vent’anni. Tutti o quasi alla prima esperienza. La spedizione anagraficamente più giovane in Perù a quei tempi. E poi per la casualità della scelta.

In che senso?
Il Perù lo avevamo visto solo sui libri. Su uno di questi c’era una foto di una bella montagna, il Cayesh, sulla Cordillera Blanca. La didascalia recitava: parete inviolata. Ci dicemmo: andiamoci. Quando, arrivati sul posto, chiedemmo ai portatori peruviani di condurci là, sulla montagna, loro ci indicarono una specie di collina, che ovviamente non era il Cayesh. Gli facemmo vedere la foto che ci eravamo portati dietro. E scoprimmo che non ci erano mai stati.

C’è chi rinuncerebbe per questo. Ma non voi…
Dovemmo improvvisare tutto. Non avevamo l’attrezzatura, comprammo delle corde di nylon al mercato di Huaraz. Aprimmo una bella via, ma non arrivammo in cima, era impraticabile. La cresta era pericolosa, costellata di cornici di ghiaccio. E poi, il maltempo. Precipitazioni varie per venticinque giorni su trenta della spedizione. A ripensarci, ci è andata bene. L’ultima settimana restammo senza soldi e senza cibo. Friggemmo le ultime cotiche di speck e ci facemmo mandare il biglietto di ritorno dall’Italia, altrimenti saremmo rimasti là.

Quali consigli darebbe a uno scalatore?
Sentirsi l’arrampicata dentro, perché quando si tocca la roccia si deve provare un’emozione, si deve assaporarla. Ma anche essere umili, arrivare in modo progressivo alle prestazioni. E infine, la prudenza: la montagna riserva sorprese, va affrontata con circospezione anche se l’alpinismo si è molto evoluto tecnicamente.

Che cosa, invece, va evitato?
Innanzitutto bisogna scalare con l’attrezzatura adeguata. Che non significa quella che costa di più. È un tipico italiano spendere per una giacca tecnica grandi cifre e poi, magari, risparmiare sulle cose fondamentali: corde, moschettoni, casco. Poi, in montagna si parte presto. Certe ascese impegnative, di una determinata lunghezza, richiedono tempi altrettanto lunghi. E studiare le vie, sia nella parte di ascesa che (soprattutto) in quella di discesa. Mai sottovalutare la montagna.

Tra le mode dell’alpinismo contemporaneo c’è il crack climbing (“arrampicata in fessura”). Salire le vette infilandosi nelle spaccature delle rocce. Come funziona?

Bella. Ma complessa. Molto più difficile da praticare di quello che sembra. Molto fisica, e, se vogliamo, meno varia, più monotona dell’arrampicata tradizionale: sei sempre nelle fessure.

Possiamo dirlo? Un po’ masochista.
Sì. Ci si fa un male bestiale alle mani, ai piedi, ai gomiti, alle braccia. Non piace a tutti. È uno stile molto di nicchia. In tutti i sensi.

Qual è la sua categoria preferita?
Senza dubbio l’arrampicata in placca. Su pareti lisce, non strapiombanti, dove conta molto il contatto, l’equilibrio. L’ideale è su granito, perché ti dà più aderenza. Trovi qualche piccolo punto di appoggio, magari dei piccoli sassolini di quarzo, ci metti il piede e dici: ‘speriamo che regga’. Molto bello.

Parlava del granito. E il calcare?
È la “mia” roccia, quella più varia per arrampicare. Perché costringe a impiegare più stili di arrampicata: nella stessa via puoi trovare un camino dove devi infilarti, poi un pezzo più liscio, a placca, poi, ancora, un tratto pieno di buchi ai quali aggrapparsi, poi, magari, un pezzo a strapiombo… E anche perché consente di interpretare l’arrampicata come più si addice: io che sono un metro e ottantacinque la farò in modo diverso rispetto a una persona di differente statura. Invece altri stili sono più rigidi.

Se dovesse definire la “sua” montagna, la montagna dolomitica, in una parola?
Fantastica. È completa dal punto di vista tecnico, e un’emozione per il panorama.

E quella himalayana?
Tutta un’altra cosa. L’arrampicata in Himalaya permette di avere più tempo per pensare, perché capita spesso di passare diversi giorni in tenda, senza muoversi, a causa del meteo. Quindi c’è un aspetto interiore, ma anche sociale, perché devi passare del tempo insieme ad altri compagni, con i quali non sempre hai già arrampicato.

Nel 2004 è salito in vetta al K2. Come ci si prepara a scalare la seconda cima del mondo?
Iniziai due anni prima. Il K2 avevo già provato a scalarlo nell’83, ma dal versante nord, quello cinese. Un’esperienza micidiale: quattro mesi e mezzo di spedizione, senza portatori, senza sherpa, su e giù per la montagna. Aiutai persino una coppia di alpinisti che c’erano andati, masochisticamente, in viaggio di nozze. Ma allora mi fermai a 7.500 metri di quota. Stavolta volevo farcela. Era rimasta la montagna dei miei sogni. Lino mi spronò. Concentrai gli allenamenti sulla testa, ancor più che sul fisico. Un po’ perché dal punto di vista tecnico ero già preparato. Ma soprattutto perché dopo una certa quota dev’essere la psiche a funzionare”.

Perché?
Perché il fisico è praticamente andato, per cui devi tenere duro psicologicamente. Quindi ho fatto allenamenti sulle lunghe distanze, senza guardare ai record di velocità, ma alla resistenza: fondo, innanzitutto. La Marcialonga, nel Trentino, la Vasaloppet, in Svezia, che sono novanta chilometri. Ma anche dei bei giri in bicicletta. Volevo arrivare a quel punto in cui pensi: ‘ma chi me la fa fare’, e ti rispondi: ‘no, tengo duro’.

Qual è l’aspetto più selvaggio della montagna selvaggia?
Sul K2 è il meteo. Il tempo cambia repentinamente. Il monsone non arriva in modo regolare come in Nepal. In poche ore può stravolgere tutto.

L’ultima nata nelle discipline è l’arrampicata indoor. Ovvero?
Soprattutto in città, sta diventando lo sport principale di molti atleti: anziché andare a fare una partita di tennis, o una nuotata, si va a scalare al chiuso.

Qual è la più grossa imprudenza che ha mai commesso durante un’arrampicata?
Una volta a Cortina, in Tofana. Eravamo in due cordate, stavamo tornando da una via. Ci siamo calati in quattro usando lo stesso chiodo, uno solo. È un’incoscienza, non lo si dovrebbe mai fare. Poteva cedere. Abbiamo rischiato. Ma è andata bene.

3 COSE DA FARE
– Sentirsi l’arrampicata dentro: quando si tocca la roccia si deve provare un’emozione
– Umiltà: alle prestazioni si arriva progressivamente. L’ansia di avere tutto subito produce disastri
– Prudenza: nonostante l’evoluzione tecnica, la montagna va affrontata con attenzione

3 COSE DA NON FARE
– Avere un’attrezzatura inadatta: non risparmiate su corde, moschettoni, casco. Piuttosto sui vestiti.
– Partire tardi: le salite richiedono tempo. Mai sottovalutare maltempo e imprevisti.
– Non informarsi: studiare bene le vie. Non solo le ascese ma soprattutto le discese.

di Francesco Chiamulera

Il Fatto Quotidiano, Lunedì 23 giugno 2014