Si potrebbe chiamare Ebolagate, ma probabilmente è più corretto parlare di semplice speculazione. Il New York Times di venerdì 24 ottobre riporta che il vaccino esiste da qualche anno. Si ammette che deve essere testato, e il ricercatore intervistato riferisce che i test costano soldi, e che, al momento, non c’era mercato per questo vaccino. Come dargli torto, finché a morire in un esplosione di sangue (questo è il metodo di diffusione del virus, poco efficace, ma molto d’effetto) sono pochi ‘negri’ (e uso questo termine con l’accezione dispregiativa a cui si riferivano gli inglesi) il resto del mondo ci passa sopra.

Ora tuttavia Ebola è andato a vivere in città
. Dove tanta gente si sfiora, dove le opportunità di contagio aumentano e quindi il cittadino Ebola ha modo di spostarsi allegramente da un ospite all’altro.
Ora che Ebola si vende bene, mediaticamente, è auspicabile che vi sia un ricco mercato di vaccini, per difendere il mondo occidentale, che le case farmaceutiche saranno felici (in termini puramente sanitari stile giuramento di Ippocrate) di produrre.

Per capire come Ebola si muove parliamo di Monrovia, allegra capitale della Liberia.

Ne ho discusso con Roberto Scaini, medico di famiglia, tra i tanti operatori coraggiosi che si son imbarcati per contenere Ebola in Africa. Lavora con Medici Senza Frontiere, come il medico in servizio tornato a New York nei giorni scorsi e risultato positivo ai controlli sul virus.
Roberto lavora nel centro di MSF di Monrovia, e mi racconta di una realtà agghiacciante. “Ogni malattia ha un’evoluzione: prima una curva ascendente, poi un area di stabilizzazione e conseguente fase decrescente. Finora Ebola era presente nei villaggi rurali: dato l’elevato tasso di mortalità unito alla scarsità di trasporti da e per i villaggi, il virus era autocontenuto”. Tuttavia mi spiega Roberto le cose sono mutate drasticamente quando Ebola è arrivato in città.

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“Sono tornato il 23 settembre dall’Africa, e quando ho lasciato Monrovia lo scenario era drammatico. Fino ad allora avevamo un centro che poteva ospitare circa 250 malati. Tuttavia qualcosa di strano accadeva, la logistica di Ebola era cambiata in città. La logistica di Ebola urbano è semplice. I centri di raccolta, creati dal ministero della salute liberiano, sono il primo punto di smistamento. Ogni centro può ospitare fino a 20 pazienti, a rotazione. Il centro effettua un controllo sui singoli casi, chiama un taxi o un’ambulanza che recuperano il paziente e lo portano da noi. A causa delle diagnosi e della rapida evoluzione del virus, una volta divenuto attivo nel corpo umano, molti pazienti arrivavano da noi morenti, in uno stato di elevato rischio di trasmettere il contagio a chi guidava l’ambulanza o il taxi.” Spiega Roberto: “La nostra maggiore paura è che la logistica di Ebola sia cambiata, che un anello della catena si sia spezzato. Se la paura di esser contagiati ha colpito i trasportatori, è plausibile che essi decidano di arrendersi, o diminuire il servizio di prelievo e trasporto dal centro di smistamento al nostro ricovero, lasciando di fatto i centri di smistamento saturi. Gli stessi centri, se saturi, non avrebbero più possibilità di accogliere nuovi pazienti, rimandandoli a casa, e permettendo che il contagio da parte dei ritornanti a casa si espanda velocemente.”

Per quanto questa analisi si basi su supposizioni, i recenti eventi sembrano confermare questi timori. Guardando un video sul New York Times di alcuni giorni fa, si evince chiaramente lo stress disumano a cui sono sottoposti i trasportatori, e il rischio che i loro nervi cedano. Continua Roberto:  “quando ho lasciato Monrovia ci aspettavamo un escalation del contagio e un aumento dei casi, invece eravamo in un momento di stanca, come se il virus avesse raggiunto il plateau del contagio. Ma questo era semplicemente impossibile, in pratica non ricevevamo più molti malati”. Msf distribuisce dei kit di prevenzione: maschere facciali, guanti di plastica e un vaporizzatore per aree con una soluzione di acqua e cloro. Ad oggi i casi dichiarati solo a Monrovia sono oltre 1000. Msf suggerisce che siano necessari almeno 2 milioni di kit di prevenzione ma le risorse della NGO sono al limite. Un altro tema di grande preoccupazione è la mortalità del virus. “la mortalità è decresciuta fino agli attuali 65% delle morti con un periodo di incubazione di 21 giorni (fonti OMS)”. Il tempo di incubazione è sempre lo stesso, piuttosto la possibilità di contagio potrebbe (è una supposizione) essere legata alla mortalità.

“Una mortalità minore porta a una sintomatologia (post incubazione, quando il virus sta sbocciando nel corpo e il paziente diviene un veicolo d’infezione) minore. In poche parole se il paziente ha dei sintomi meno manifesti (che all’inizio possono essere scambiati per comuni a molte influenze) è probabile che l’individuo contagiato avrà maggior possibilità di muoversi non riconosciuto diffondendo maggiormente il virus. Ancora più importante, se il paziente sopravvive è un ottima cosa per l’individuo, ma non per la comunità, a meno che il singolo contagiato non venga isolato”.

Questo spiega lo sviluppo e la diffusione di Ebola nelle aree circostanti. In più vi è da aggiungere che Ebola ha colpito pesantemente il sistema medico locale. “Essendo i primi sintomi di Ebola generici, non si era valutato di attivare dei controlli specifici per questo virus. Il risultato è stato che i primi ad essere colpiti sono stati i medici dei pronto soccorso. Ora quindi ci troviamo in una carenza cronica di medici operativi”. Msf non era presente al momento dello scoppio dell’epidemia, è giunta in seguito da un area vicino. “ Quello di cui manchiamo qui sono le risorse. Contenere Ebola non richiede un premio Nobel per la medicina. Sono un dottore di famiglia! Quello che necessitiamo sono più medici, procedure standardizzate per la sanitizzazione, più centri di isolamento. Se vogliamo contenere il virus dobbiamo agire qui sul posto” conclude Roberto, che ora è tornato a Monrovia come coordinatore dell’equipe medica di MSF.

Ad oggi Ebola è presente massicciamente nelle aree urbane di Conakry e Free town (Sierra leone ) e Monrovia (Liberia) ma il rischio che si diffonda ad altri centri urbani africani è molto elevato.

@enricoverga