Caro Augusto, ti scrivo così ti distraggo un po’. Scusa se mi rivolgo con il tu, eppure così eravamo abituati, pure se sbraitavi al telefono quand’eri direttore del Tg1 e il Fatto Quotidiano riportava le tue spese con la carta di credito aziendale, 65.000 euro in 14 mesi non giustificati e non giustificabili, oggi tradotti in una condanna a 2 anni e 6 mesi per peculato. Ora potresti rispondere, e ti sento già, che quel denaro l’avevi restituito, che viaggiavi per lavoro, che non avevi capito, che qualcuno ti ha tradito. Ma un reato non si estingue come un prestito in banca.

Caro Augusto, ti scrivo perché lo stile epistolare è tornato di moda, tra parenti o amici o conoscenti. Ora che un po’ di tempo è passato, vorrei sapere perché andasti in Marocco fuori stagione? E perché organizzasti un paio di giorni a Saturnia, a fare le terme: tu, Augusto, che c’entri col bagno turco? Un po’ quell’epoca, perché ormai sembra trascorsa un’epoca, la rimpiangi? Caro Augusto, per un verso che oserei definire perverso, ti posso dire che quell’epoca un po’ si rimpiange assieme. Allora Silvio Berlusconi ti chiamava “direttorissimo”, e tu ordinavi a un collega di piazzarti una telecamera in faccia, e quasi ogni settimana, a ogni giornata storta dell’ex Cavaliere, tu ci regalavi un monologo, un editoriale, un pezzo di satira.

Caro Augusto, s’intuiva che soffrivi il gobbo, la recitazione non è il tratto di un giornalista parlamentare che a Montecitorio, dove i cronisti sciamano disorientati, il Minzolini si muoveva come “uno squalo”. E come non rievocare i servizi su sagre, vacanze, crociere, cagnolini col cappotto e gattini col prendisole che utilizzavi per riempire il telegiornale, per parlare d’altro, per concentrare l’attenzione su altro. Per non stare lì, curioso, a rammentare del presidente del Consiglio che organizzava festini o volava al compleanno di Noemi a Casoria.

Eri un mago, sapevi confondere benissimo le masse, e spesso ti esercitavi in prima persona. Indimenticabile la rubrica sui quotidiani, si chiamava “media” e qualcosa, era preziosa per bastonare i colleghi, soprattutto il Fatto Quotidiano. Quasi un mese dopo Berlusconi scappato da palazzo Chigi, caro Augusto, anche tu hai lasciato la poltrona, anzi, ti hanno cacciato perché rinviato a giudizio. E allora, grato, il buon B. ti ha chiamato al Senato, ti ha candidato, ti ha messo a fare politica dove si fa politica, non al comando del telegiornale più visto d’Italia.

Lì hai compreso, caro Augusto, che Berlusconi non ragiona proprio come te, e forse non ha più bisogno di te. Ti sei allontanato, non hai apprezzato il patto del Nazareno, hai contestato la riforma costituzionale. Alla fine, Berlusconi l’hanno assolto nel processo Ruby. Per te, caro Augusto, è arrivata la condanna in Appello. Le due vicende non c’entrano nulla, ma fanno riflettere i destini. Non sempre devi curarti dei nemici, ma stare attento agli amici.