Il problema fondamentale dell’Unione Europea è la mancanza di un modello prestabilito da seguire. Eppure di esempi ce ne sarebbero molti: dalla Svizzera fino agli Stati Uniti ed all’Australia, esistono diversi gradi di integrazione federalista, quello svizzero, ad esempio è minore di quello americano. Ciononostante, alla base di questi modelli c’è sempre il desiderio comune non solo di unirsi ma di fondersi, di dar vita ad una nazione nuova. Non è questo l’approccio europeo, in fondo nessuno ha voglia di abbandonare la propria identità nazionale. Quindi, la domanda che tutti un po’ si pongono è la seguente: cosa vogliamo noi europei da questa costruzione politica sovranazionale? La risposta non è semplice.

EuropaC’è chi vuole la pace in Europa, questo in fondo era l’obiettivo principale della creazione della politica agricola comune e del mercato economico comune, i primi passi verso l’Unione Europea. C’è chi vuole una potenza economica grande quanto gli Stati Uniti, questo non era uno degli obiettivi prefissi dai padri fondatori. C’è anche chi vuole usufruire delle migliori condizioni economiche di alcune nazioni per crescere economicamente, e questo sicuramente fa parte del grande sogno europeo: modernizzare tutto il continente.

Proprio perché gli scopi dell’Unione sono tanti e diversi tra di loro e poiché manca la volontà di creare una nuova nazione distruggendo quelle presenti, l’evoluzione dell’Unione Europea avviene senza una programmazione specifica ma sulla base di trattati stipulati dai paesi membri. Ebbene alcuni di questi hanno delegato alla Commissione poteri e decisioni importanti, ad esempio quello di stabilire i parametri del bilancio dell’Unione.

Nel grande gioco della redistribuzione delle risorse fiscali, dunque, la Commissione ha il compito di stabilire quanto una nazione deve contribuire e quanto deve ricevere.

Questa settimana al Regno Unito ed all’Olanda è stato comunicato che dovranno pagare rispettivamente 2,1 miliardi e 642 milioni di euro in più a Bruxelles, mentre la Francia riceverà 1 miliardo e la Germania 772 milioni di euro in crediti. Il motivo per il quale Londra, il cui contributo nel 2013 è stato 8,6 miliardi di euro, deve aumentare la sua quota è la revisione dei criteri di calcolo del reddito dei paesi membri introdotta quest’anno dalla Commissione. Le nuove modalità includono nel calcolo del Pil attività illegali quali la prostituzione ed il commercio di narcotici.

Sia Londra che Amsterdam hanno intenzione di contestare questa decisione, ma il vero problema è un altro e cioè, la reticenza dei paesi membri ad armonizzare il sistema di tassazione, in altre parole l’integrazione fiscale. Negli Stati Uniti esiste un sistema di tassazione federale che è uguale dovunque, quei soldi sono gestiti nell’interesse di tutti gli stati facenti parte dell’unione. Ogni stato poi ha il diritto di tassare i residenti come vuole, nello stato del Montana, ad esempio, non esiste una tassazione sul reddito. A livello locale poi i singoli comuni possono imporre le loro tasse, è questo il caso di quelle sul consumo.

Il sistema di tassazione federale fa si che gli aumenti di ricchezza prodotti in alcuni stati vengano tassati e permette al governo centrale di usarli, se è questo che vuole, per migliorare le condizioni economiche di altri stati. Quando c’è stato l’uragano Katrina, i soldi stanziati da Washington provenivano dal gettito fiscale federale.

L’esistenza di un sistema di tassazione federale fa si che il tesoro americano possa emettere titoli del debito pubblico a nome di tutti gli stati dell’unione. L’equivalente europeo sarebbe l’eurobond, che non esiste proprio per la mancanza di integrazione fiscale.

Per comprendere l’ira di Londra ed Amsterdam di fronte alla richiesta di maggiori contributi al bilancio dell’Unione bisogna tener presente quanto appena spiegato. Fino a quando gli stati europei non devolveranno parte del gettito fiscale a Bruxelles attraverso un sistema di tassazione europeo, il pagamento delle quote creerà grossi problemi e fomenterà l’euroscetticismo.