Ci si chiede: «Ma– in effetti – questa Leopolda cosa è?». Provo a rispondere, precisando che la mia analisi congetturale attinge esclusivamente alle fonti medianiche (Tg e stampa). D’altro canto, se non fossi un vecchietto con la schiena a pezzi, questo sabato starei a Roma, a fianco degli ultimi drappelli del lavoro scesi in piazza a difesa della modernità democratica fondata sulla dignità dei diritti e la socialità del mutualismo; non certo a Firenze, dove si sta svolgendo la kermesse postmoderna dei furboni mimetizzati tra le moltitudini di quelli che vogliono bersela.

Ebbene, lo dico subito: a mio avviso la Leopolda è semplicemente il punto di emersione di una rete sotterranea; che Matteo Renzi e compari iniziarono ad annodare – come rivela il diretto interessato – nel preciso istante in cui ci si rese conto della “scalabilità italiana”.

Per l’esattezza, i punti di emersione sono due: uno pop, bene in vista; l’altro elitario e – quindi – “coperto”.

Comunque, un modello organizzativo bifronte; largamente influenzato dallo spirito del tempo, aziendalistico e gerarchico –finanziario.

La Leopolda alla luce del sole riprende abbondantemente lo schema delle convention aziendali, in cui il Top gratifica e fidelizza “la truppa” facendola giocare al gioco del “siamo tutti sulla stessa barca, siamo una squadra vincente”: gli stessi proclami a tinte rosa, seguiti dagli immancabili gruppi di lavoro (o tavoli) in cui svariate pattuglie si divertiranno a progettare banalità che l’alta dirigenza fingerà di ascoltare con grande interesse. I consulenti che hanno progettato l’evento garantiscono che siffatti psicodrammi potenziano motivazione (commitment) e autonomia (empowerment). Anche se alla fine della giornata i Vip se ne andranno in Ferrari o Jaguar, mentre i Nip rientreranno a casa sulla loro Panda. Macchine blu (ma non le avevano messe tutte all’asta?) versus mezzo pubblico e utilitaria.

Secondo tale format, gli spin-doctors, teorici dell’andare sempre verso il positivo (anche nel caso di palesi bluff), fanno dire a Renzi che qui si coltiva “proposta”; mentre dalle altre parti si precipiterebbe nel negativo della “protesta” (anche se è grazie alle proteste organizzate che il secondo Novecento è stata una fase storica in cui si sono ridotte le disuguaglianze sociali. Leggersi Thomas Piketty). Difatti il meccanismo è proprio quello di incorniciare le banalità del tempo come genialate. In modo che quanti se le bevono abbiano essi stessi l’impressione di essere geniali. In altri tempi si sarebbe parlato di “irridente paternalismo demagogico”, oggi di straordinarie “strategie d’ascolto”.

Questa la Leopolda (on light) per le vaste platee di pellegrini alla ricerca di una speranza purchessia. Poi c’è l’operazione in penombra (Leopolda darkness), che ricalca i modelli messi a punto dall’Internazionale del privilegio; con i suoi periodici meeting per pochi intimi, che si danno appuntamento in località amene. Il modello classico è quello di Davos, in cui si consolidano alleanze, si mettono a punto strategie e si scambiano favori. Il tutto in un clima di riservatezza molto più funzionale allo scopo (compattare cordate) dell’infelice sede del Nazareno, dove le ombre dell’accordo tra il giovane rampante venuto da Rignano e il vecchio pregiudicato della Brianza apparvero in tutta la loro imbarazzante evidenza.

Gratificato l’audience, ci si può dedicare agli scopi effettivi: scalata l’Italia, blindarne il controllo. Come? Visto che la cordata è composta da allegri provincialotti, ripetere la lezione dei maestri. Magari anglo-americani.

La Thatcher si imbullonò al potere schiantando il sindacato dei minatori. Staremo a vedere se l’Italia del lavoro è friabile quanto l’Inghilterra di allora.