Cornuti e mazziati. Sono gli automobilisti che fanno il pieno in Italia, che potrebbero pagare ancora più tasse senza che lo Stato incassi più soldi. Nella stesura definitiva della legge di Stabilità, la clausola di salvaguardia prevede che, nel caso non arrivi il via libera dell’Unione europea, le accise sui carburanti saranno aumentate per racimolare quasi un miliardo di euro. Assopetroli Assoenergia, il sindacato degli operatori indipendenti della filiera della distribuzione all’ingrosso dei carburanti, avverte che tra il 2015 ed il 2018 il prezzo di benzina e gasolio potrà crescere da 3 a 11 cent al litro proprio per via di accise e Iva. Una nuova stangata – che diventerebbe un salasso nel caso riprendessero a crescere le quotazioni internazionali, attualmente depresse – da parte del governo presieduto da Matteo Renzi, che come il suo predecessore di Arcore aveva escluso l’aumento delle imposte.

Che invece ci sarà e riguarderà i carburanti (e non solo), indipendentemente dalla fascia di reddito. Con il rischio che gli 80 euro a bebè vengano spesi dai papà che viaggiano molto. Assopetroli chiede al Parlamento “senso di responsabilità” per individuare le “coperture necessarie a mantenere in equilibrio la Legge di Stabilità senza ricorrere al solito bancomat dei carburanti”. I parlamentari sono ormai gli ultimi che possono fermare il nuovo prelievo dopo che è arrivato il via libera della Ragioneria generale dello Stato.

Gli aumenti sono dovuti alla correzione al rialzo di accise e Iva (fino al 25,5%) con effetti pesanti su benzinagasolio, ma con ripercussioni anche su Gpl e gasolio da riscaldamento per via dell’Iva. Secondo l’associazione che rappresenta le compagnie petrolifere si tratta di una “misura recessiva”. In agosto, Federconsumatori aveva parlato delle accise sui carburanti come di una “comoda leva di tutti i governi succedutisi nei vari decenni in Italia”.

Sulla base delle rilevazioni del 20 ottobre un litro di benzina costa all’automobilista 1,698 euro (1,5822 il diesel): il costo industriale è di 0,661 (0,671). Il resto sono imposte: 0,7308 euro di accise (0,6198) e poi l’Iva, pari attualmente 0,362 euro (0,2853) e calcolata sul totale di prezzo industriale e accise. Un’imposta sulla tassa. In Italia il costo industriale è più alto della media europea, ma Federconsumatori aveva anche calcolato che fra il 2009 ed il 2014 è cresciuto meno rispetto agli altri 5 grandi stati europei: +91,6 % contro, ad esempio, il +145,7 Del Regno Unito.

Gli esecutivi che si sono succeduti negli anni – Berlusconi, Monti, Letta e Renzi – hanno costantemente “fatto il pieno” (di tasse) alla stazione di servizio con un effetto controproducente sui conti dello Stato e deleterio – dicono gli analisti – per l’economia. In sintesi: l’Erario incassa meno ed i consumi vengono frenati. L’automobile è sempre più un lusso.

Manovra “harakiri”, insomma. Nei soli primi cinque mesi del 2014 l’acquisto di benzina e gasolio per autotrazione è sceso del 2% e la spesa del 4%: lo Stato ha contabilizzato l’1,4% di imposte in meno e l’industria petrolifera ci ha rimesso il 7,3%. L’unica arma rimasta agli automobilisti di fronte alle vessazioni – uno dei termini più “diplomatici” impiegati dagli operatori del settore automotive – è ridurre gli spostamenti.

Nel solo 2013 i consumi di benzina e gasolio sono stati del 21% inferiori al 2006, cioè l’ultimo anno di crescita, riferiva in giugno il Centro Studi Promotor. Che precisava: “Fino al 2012 all’andamento fortemente negativo dei consumi non ha corrisposto un analogo andamento della spesa”. Tra il 2006 ed il 2012, infatti, i consumi hanno subìto una contrazione del 18,3% (da 47,7 a 38,9 miliardi di litri), ma la spesa è cresciuta del 17% (da 57,6 a 67,4 miliardi) ed il gettito fiscale è salito del 14,5% (da 31,9 a 36,5 miliardi). Poi le cose sono cambiate: con il 2013 sono calati consumi, componente industriale (-9,6%), spesa (-5,9%) e dunque anche il gettito è diminuito (-2,7%). Il giudizio di Promotor era stato inequivocabile: “La colpa di questa situazione è esclusivamente del fisco”.