Alleanze pericolose al confine con l’Europa. A Ceuta e Melilla, porta d’ingresso dal Nord Africa al sud della Spagna (nella foto, migranti ritratti nell’enclave di Melilla), cellule di fondamentalisti islamici vicine all’Isis si starebbero alleando con gruppi del crimine organizzato transnazionale. Lo rivela il quotidiano spagnolo ABC, che cita fonti interne del Centro de Inteligencia contra el Terrorismo y el Crimen Organizado (CITCO), la struttura antiterroristica lanciata a inizio ottobre dal governo spagnolo.
Non solo: il CITCO afferma che nella zona sono attivi gruppi di fondamentalisti che stanno finanziando lo Stato Islamico attraverso il narcotraffico, il contrabbando di armi e il traffico di uomini. Le rotte sono le stesse battute da associazioni criminali della zona, che starebbero offrendo appoggi logistici ai jihadisti. Stando ai risultati delle ultime operazioni dei servizi segreti, i movimenti lungo il confine di eroina, cocaina e marijuana sarebbero in netto aumento.

Ci sono altri elementi che indicano le nuove sinergie tra crimine organizzato e jihad. Nelle prigioni iberiche, dal 2005 ad oggi, almeno il 20% dei terroristi in cella hanno precedenti penali legati a narcotraffico e contraffazione di documenti. Molti di loro operavano tra Ceuta e Melilla. Qui, tra gli altri, il 14 marzo è stato arrestato Mustafá Maya Amaya, 51 anni, musulmano convertito a capo di una rete terroristica a Melilla. Belga di nascita, Amaya era diventato uno dei riferimenti del reclutamento su internet di futuri combattenti per il nuovo Stato islamico. Era già stato prigioniero in Marocco, dove viveva all’epoca con la moglie, nel 2012, con l’accusa di cospirare contro la monarchia. Evaso pochi mesi dopo, è fuggito a Melilla, dove ha cominciato a fare proselitismo tra i giovani.

Non sarebbe la prima volta che l’Islam radicale si dedica al narcotraffico, nonostante sia formalmente vietato dal Corano commerciare sostanze alteranti. “Se si guarda ad Al Qaeda, di cui lo Stato Islamico ha preso il posto in Iraq, l’organizzazione spacciava eroina e diamanti“, dichiara a Newsweek Haras Rafiq, esperto della Fondazione Quilliam, un think thank che studia i movimenti estremisti.

Nella zona tra il Golfo di Guinea e il Maghreb il narcotraffico diretto all’Europa è sempre stato appannaggio di Al Qaeda nel Maghreb islamico (Aqmi). Il gruppo terroristico dalla nascita dell’Isis, in estate, si è diviso tra chi è rimasto fedele alla “casa madre” Al Qaeda e chi ha cominciato a lavorare per lo Stato Islamico. Tra i nuovi affiliati all’Isis c’è anche Jund-al-Khilafa, il gruppo che ha decapitato il turista francese Hervé Groudel il 24 settembre in Algeria. A inizio ottobre, anche il leader di Ansar al Sharia, formazione jihadista tunisina, ha mandato un appello all’emiro Abdelmalek Droukdel, capo di Aqmi, affinché entrambi i gruppi si alleino con Isis.

Accanto ai proventi illeciti, fonte ancora marginale dei proventi dello Stato Islamico, ci sono i soldi puliti che ingrossano le casse dell’autoproclamato Stato islamico. Una parte avrebbe come provenienza alcune attività commerciali delle città di frontiera Ceuta e Melilla, a cui si aggiungono altri circa 2 miliardi di dollari di introiti, inclusi la vendita di petrolio sul mercato nero ai turchi che abitano al confine con la Siria. In questa zona il contrabbando di petrolio da Damasco alla Turchia è un’attività che da anni sostiene l’economia locale.