L’ex ministro della Giustizia Paola Severino, ma anche l’ex all’Autorità della privacy (nonché moglie di Bruno Vespa) Augusta Iannini. Poi Angela Finocchiaro e Anna Maria Bernini. E’ caccia alle donne. Ce la farà il Parlamento a trovare i due nomi per la Corte costituzionale prima del voto di giovedì 30 ottobre? Dopo la decisione di Matteo Renzi di aprire al Movimento 5 stelle e scaricare il candidato Pd per la consulta Luciano Violante, già logorato da venti fumate nere in Aula, si cerca una rosa di candidati su cui trovare un accordo. Il Pd vuole un nome femminile, capace di scalzare l’ex presidente della Camera senza troppi malumori. Forza Italia lavora alle sue pedine, con il veto già messo sull’ex ministro della Giustizia Paola Severino. I 5 Stelle invece chiedono tempo: dicono di non voler prendere posizione per evitare di bruciare qualcuno, ma lavorano ad una candidatura unitaria.

Berlusconi ha fatto sapere di aver già selezionato 12 curricula. E in casa Forza Italia circolano con una certa insistenza alcuni nomi: tra questi l’avvocatessa Grazia Volo, Marzia Ferraioli (ordinario di procedura penale a Tor Vergata, già candidata da Fi alle europee) e la vicepresidente del gruppo del Senato di Fi, Anna Maria Bernini, che però secondo alcuni non avrebbe i titoli perché “professore associato e non ordinario”. Al momento, l’unica cosa che si conferma in Forza Italia è che, i parlamentari azzurri, “l’autrice della legge che ha messo fuori dal Parlamento Silvio Berlusconi”, cioè l’ex Guardasigilli Paola Severino, “non la voteranno mai”. Tra le papabili, scrive La Stampa, anche Augusta Iannini, ex all’Autorità per la privacy (nonché moglie di Bruno Vespa). Secondo il Corriere della Sera, ci sarebbero in corsa anche Antonella Marandola, professoressa a Bari, e Carla Pasini, che insegna invece a Napoli. Poi Ginevra Cerrina Ferroni e Lorena Violini.

Tra i democratici la partita è più complicata. Sempre secondo il Corriere della Sera, il solo nome avanzato finora è quello della professoressa di Siena Tania Groppi. Ma il problema resta Luciano Violante. Nonostante l’odissea della sua candidatura che proprio il Parlamento non riesce a digerire, l’ex presidente della Camera non ha intenzione di ritirarsi. E il passo indietro sarà fatto solo di fronte ad un nome ufficiale e forte del Pd. Per questo nei giorni scorsi si è arrivati fino a ipotizzare una discesa in campo di Anna Finocchiaro, presidente della Commissione affari costituzionali a Palazzo Madama. Ma è già tramontato, anche perché la senatrice sembra destinata ad altre corse (per alcuni addirittura il Quirinale). Tra i democratici il dogma resta quello di puntare sul nome di una donna, perché sarebbe uno dei “modi migliori” per superare, in modo “indolore”, “l’ostacolo” della candidatura Violante che “deve essere rimossa” se si vuole ottenere “tutto il consenso necessario al raggiungimento del quorum” che è di 570 voti (3/5 dei componenti).

Nel Pd, assicura Lorenzo Guerini, si “sta lavorando per trovare una soluzione di alto profilo che permetta di superare l’impasse parlamentare”. I pentastellati ribadiscono di essere pronti a votare “candidature autorevoli” e fuori dai giochi politici, rivendicando “il merito” di aver messo “Violante fuori dai giochi”. “Ci sono volute 20 fumate nere e settimane di stallo – ha scritto Beppe Grillo sul suo blog – ma alla fine la maggioranza ha ammesso ciò che il M5s ha sostenuto fin dall’inizio: i nomi fatti dalla maggioranza per la Corte Costituzionale, evidentemente anche questi figli del Patto siglato al Nazareno tra Renzi e Berlusconi, erano improponibili”. Ma non è così facile. Nel caso l’intesa tra i grillini e le altre forze del Parlamento non dovesse funzionare, Violante potrebbe restare ancora una volta il candidato dei democratici.