Lorenzo Vidino, Senior Policy Advisor presso la European Foundation for Democracy, tra i massimi esperti italiani di jihadismo. Premesso che le indagini sono in corso, l’attentatore di Ottawa può essere definito un “lupo solitario”?

“Sul termine ‘lupo solitario’ occorre fare dei distinguo: un conto è l’individuo che è inserito in un contesto fondamentalista e poi operativamente agisce da solo, come era il caso, ad esempio, di Mehdi Nemmouche, l’attentatore al museo ebraico di Bruxelles, o di Mohammed Merah, che colpì una scuola ebraica a Tolosa. Un altro conto è il lupo solitario vero e proprio, che si è radicalizzato da solo su internet, quello che vine chiamato un lone actor. Al primo gruppo apparteneva l’attentatore di lunedì a Montreal, il convertito che ha investito due militari, che era già noto come militante attivo online e offline ed era conosciuto per le sue simpatie radicali. A lui e – pare – all’attentatore morto ieri era stato ritirato il passaporto, quindi erano entrambi già seguiti e conosciuti per le loro inclinazioni”.

Quanto può aver influito l’appello lanciato dall’Isis nei giorni scorsi?

“Certamente esistono fattori di collegamento con l’appello di Isis che esorta a colpire i Paesi occidentali che sostengono la coalizione anti-Stato Islamico. E il Canada è in prima linea, il parlamento ha appena approvato l’invio di truppe in Iraq. Nello scenario canadese si muovono qualche centinaio di soggetti, che da mesi sono attenzionati, tanto che ad alcuni è stato ritirato il passaporto: e così, verosimilmente, non potendo più partire, decidono di colpire in loco“.

Si potrebbe dire che il ritiro del passaporto sia un’arma a doppio taglio?

“Finora in tutti i paesi occidentali il principio-guida è la prevenzione, come forma di protezione anche verso questi soggetti, che spesso sono ragazzini o giovani fortemente influenzabili, e possono essere curati e recuperati. Tuttavia, l’obiezione era già stata sollevata da alcuni e ora diventa più forte: ci si domanda se non sia meglio lasciarli partire verso la Siria e l’Iraq, come valvola di sfogo, in maniera che vadano e magari non tornino più, piuttosto che tenerli qui, con ripercussioni molto pericolose. I due approcci si scontrano. Ma la scelta di tenerli qui a tutti i costi forse sarà ripensata“.

Dopo i fatti del Canada, esiste un rischio emulazione?

“Attentati di questo tipo, anche rudimentali, anche compiuti da soggetti isolati, lasciano una traccia psicologica fortissima nella popolazione e comportano una serie di conseguenze che li fanno apparire come “successi” agli occhi di soggetti già inclini. Dopo attacchi di questo tipo, spesso se ne hanno altri di emulazione, c’è da aspettarsi che a breve possano accadere episodi simili. Basti pensare ad esempi recenti: l’anno scorso in Inghilterra, due militanti al volante della loro auto uccidono un soldato e poi lo martoriano; una settimana dopo, si ha un attentato nel metrò di Parigi, alla Défence. Le dinamiche ci sono e si ripetono. Anche in Italia, anni fa, ci sono stati attacchi solitari di bassa caratura, con ideologia jihadista. Ora, visto anche l’appello dell’Isis al terrorismo fai-da-te (che peraltro faceva già Al Qaeda 5 o 6 anni fa), c’è in gioco una grossa emotività e una forte carica: lo scompiglio generato da un soggetto isolato spinge altri a riprodurlo”.

L’Italia è a rischio?

“Lo è come lo sono gli altri Paesi occidentali. Non si può prevedere dove avverranno gli episodi di emulazione”.

Quello che è accaduto ieri dimostra che gli jihadisti possono arrivare a colpire il cuore delle istituzioni. 

“Nel mondo occidentale è il primo attacco andato a buon fine, senza dubbio, anche se più volte ne erano stati pianificati. Al di fuori dei Paesi occidentali, invece, è già successo, come l’assalto al parlamento indiano a New Dehli dopo l’11 settembre. Va poi ricordato che in Canada il livello di guardia non era altissimo, di certo non se lo aspettavano. Conosco bene i luoghi in cui è avvenuto l’attentato di ieri, ci sono stato varie volte, invitato anche come consulente dal Governo canadese. E so che il livello di sicurezza in quella zona è normalmente molto basso, ben diverso dalla militarizzazione che si vede ad esempio attorno a Washington. Erano all’età dell’innocenza. Ora probabilmente questo cambierà”.

Qual è il quadro dello jihadismo in Canada?

“Si ha una scena relativamente attiva, con numeri piccoli e individualità problematiche: si parla di qualche centinaio, al massimo un migliaio di persone. Nel recente passato si sono avuti due attentati importanti, uno l’anno scorso al sistema ferroviario, compiuto da una cellula che aveva legami con Al Qaeda, l’altro anni fa a Toronto. Ricordiamo poi che in Siria combattono un centinaio di canadesi, in genere di seconda generazione. Ma da qualche tempo c’erano segnali allarmanti che il jihadismo interno stava per fare un salto di qualità: nell’assalto dello scorso anno ad una piattaforma petrolifera in Algeria, ad esempio, due degli assalitori erano canadesi“.