Il “Jihad problem”, il problema jihad. Lo chiamano così, molti analisti e commentatori, il rinnovato slancio del radicalismo islamista in Canada, uno dei Paesi più floridi e “aperti” dell’Occidente. Nel giro di tre giorni, il Paese ha assistito a due soldati uccisi, un attacco spettacolare al Parlamento, l’allargarsi della paura per le strade della capitale. “Finalmente sta per iniziare il dibattito sul terrorismo di casa nostra”, ha scritto un commentatore del quotidiano di centro liberale Globe and Mail. In realtà, un primo effetto dei fatti di questi giorni già c’è: un probabile rafforzamento dei poteri delle agenzie di intelligence.

L’attacco a Parliament Hill, in cui è stato ucciso il presunto assalitore Michael Zehaf-Bibeau, recente convertito all’Islam, è in realtà la punta dell’iceberg di un fenomeno molto più profondo e ramificato. Soltanto lunedì scorso, un altro recente convertito all’Islam, Martin Couture-Rouleau, 25 anni, aveva lanciato la sua automobile contro due soldati a St-Jean-sur-Richelieu, in Quebec, uccidendone uno. Martin, che amici e parenti descrivono come un ragazzo solare e che gestiva un’attività di servizi di pulitura, si era convertito nel 2013 e aveva mostrato, attraverso la sua pagina Facebook, una trasformazione in senso sempre più radicale. Lo scorso giugno la polizia gli aveva confiscato il passaporto, nel timore che raggiungesse gruppi islamisti in Medio Oriente, ma non aveva potuto arrestarlo, non essendoci capi d’accusa contro di lui.

Se avesse potuto partire, e raggiungere la Siria, secondo le sue intenzioni, Couture-Rouleau si sarebbe unito agli almeno 90 giovani canadesi che in questi mesi hanno lasciato il Paese per andare a combattere per l’Isis. Il fenomeno non è del resto limitato al solo Stato Islamico. Da tempo i servizi canadesi sono a conoscenza del fatto che decine di canadesi hanno raggiunto varie forme di ribellione jihadista in varie parti del mondo. Quando, nel settembre 2013, i militanti somali di Al Shabaab attaccarono il Westgate shopping mall di Nairobi, contavano tra le proprie file almeno un cittadino con passaporto canadese. Qualche mese prima le stesse scene di morte e orrore si erano verificate in un terminal di gas nel sud dell’Algeria. Tra i militanti islamisti uccisi dalle forze del governo algerino c’erano due canadesi dell’Ontario, Ali Medlej e Xristos Katsiroubas.

Per quanto i fatti di questi giorni paiano esplodere all’improvviso, le radici della radicalizzazione di una parte, seppur minima, dei canadesi di fede islamica è dunque un fenomeno antico, i cui segni possono essere rintracciati almeno vent’anni fa. Per anni ha tenuto banco nelle cronache il caso di Mohamed Harkat, un rifugiato algerino arrestato dopo l’11 settembre con l’accusa di essere una “cellula dormiente” di Al Qaeda, e di aver ancor prima gestito il passaggio di combattenti dalla Cecenia all’Afghanistan. E’ vero che negli ultimi tempi, con l’esplodere della guerra civile siriana e l’acutizzarsi della crisi irachena, i flussi di combattenti dal Canada si sono diretti proprio verso quest’area. Oltre un anno fa le cronache raccontavano la storia di Ali Mohamed Dirie, un canadese di origini somale, morto nei combattimenti in Siria. E soltanto lo scorso agosto un altro canadese, il 23enne Abu Turaab al-Kanadi, ha postato su Twitter fotografie di materiale bellico sottratto agli americani. Prima di diventare un entusiasta adepto dell’Isis, il giovane lavorava nell’estrazione del petrolio.

“I terroristi non troveranno un facile rifugio”, ha spiegato poche ore dopo l’attacco al Parlamento il primo ministro Stephen Harper e la frase, oltre che una risposta a caldo, è parsa anche e soprattutto il riconoscimento che in Canada, un Paese da sempre segnato dall’orgoglio per la difesa dei valori di tolleranza e multiculturalismo, sta iniziando un altro tipo di dibattito: quello sul terrorismo e sulla sua effettiva minaccia all’interno. Sul breve periodo, uno dei problemi più urgenti resta quello di monitorare le decine di militanti cui viene impedito di partire per le aree calde del mondo, ma che restano un problema per la sicurezza interna. Sul più lungo termine, i fatti di questi giorni finiranno con ogni probabilità per favorire un fenomeno tipico di altri Paesi colpiti dal terrorismo: il rafforzamento degli apparati di sicurezza e spionaggio.

Già poche ore dopo l’attacco al Parlamento, alcuni deputati canadesi hanno chiesto nuovi poteri per il Canadian Security Intelligence Service (CSIS), i servizi canadesi. L’autorità del Csis era stata limitata dopo gli abusi compiuti negli anni Ottanta contro i separatisti del Quebec. Con il terrorismo casalingo in ascesa, alcuni stanno già chiedendo il ripristino dei vecchi metodi: maggiori poteri di spionaggio e intercettazione, interrogatori con meno garanzie per l’indagato, un allentamento dei controlli delle autorità giudiziarie su quello che fanno i servizi segreti.