Donne e abiti. Pensando al mondo della fotografia di moda, sembrerebbe quasi impossibile evadere da questa coppia ben collaudata su silhouette vestite a regola d’arte: immagini splendide, per alcuni, che per altri risultano solo superficiali. Ma pensiamo a chi questo campo lo formò e collaudò, con la sicurezza d’offrire quanto di più simile all’arte potesse creare un pennello divenuto obiettivo. I grandi nomi risulteranno sempre quelli dei grandi fotografi passati per le scuderie Condé Nast, dagli anni Venti in poi, fra i quali torna ora alla ribalta quello di Horst P. Horst: fotografo celebrato al Victoria&Albert Museum di Londra fino al 4 gennaio 2015 in Horst – Photographer of Style. Classico e dissacrante, impeccabile ma tagliente, questo creatore di femminilità raccontate tra capi couture e nudità vestite di pura mise en scène (avveniristica al tempo), potrebbe conquistare anche chi, delle riviste patinate, non contempla l’esistenza.

Il risultato? Perfetto, nel suo trascendere l’odierno sistema-moda dedito allo stupore o alla mera legge del marchio. Lontano dall’estetica esasperata del “fashion” contemporaneo, ma votato a un’eleganza di corpi statuari. E non certo per un cocktail di anoressiche procacità (più o meno) ostentate tra sovrapposizioni di vestiti impossibili, ma per l’alchimia creata dal bello visto attraverso l’occhio d’artista di Horst. A dimostrarlo sono oltre 250 scatti, capi d’alta moda, video e testimonianze di un percorso iniziato quasi per caso. Pensarlo proiettato verso questo cammino fin dagli esordi sarebbe infatti errato, perché il giovane tedesco nato nel 1906, che neanche ventenne si diede allo studio del cinese a Francoforte, per il suo avvenire aveva progetti ben diversi. Affascinato dall’arte, studiò architettura in accademia approfondendo la corrente Bauhaus (passione che tornerà più avanti nel suo utilizzo delle luci, ispirate al lavoro del fotografo ungherese László Moholy-Nagy): calamitato dal fascino di Parigi, vi si recò con determinazione diventando assistente nello studio di Le Corbusier. Avvenne dopo poco tempo l’incontro fondamentale per il suo futuro con George Hoyningen-Huene, fra i più importanti fotografi di Vogue Paris: una relazione intrecciata presto sul piano professionale e su quello sentimentale, che lo portò direttamente all’eminenza grigia della rivista, l’art director Mehemed Agha.

A dirla tutta, la sua carriera di fotografo iniziò in questo momento con ben poche conoscenze: “Non sapevo quasi nulla di fotografia di moda  – ammise dopo qualche tempo – imparai sul campo lasciandomi guidare dalle mie competenze architettoniche, creando un senso dell’eleganza secondo il mio gusto”. Nel giro di un anno, le sue foto erano già pubblicate da Vogue con tanto di contratto per la rivista stessa. Horst proseguì intrecciando legami sempre più forti con l’arte e con il surrealismo: celebre quello con Salvador Dalì, per creare e immortalare costumi di spettacoli teatrali come Bacchanale di Leonid Massine o Dream of Venus, installazione creata per la World’s Fair di New York nel 1939. Amico di Luchino Visconti e Jean Cocteau, Gertrude Stein e Leon Blum, ritrasse molte celebri star hollywoodiane del tempo (come Marlene Dietrich, Gary Cooper e Bette Devis); anche se il suo genio si espresse molto più nella costruzione di immagini femminili con le più note modelle del tempo, per costruire proprio quell’estetica surrealista della quale corpi e abiti divennero servitori (come dimostrò quello che è forse il suo più celebre scatto, il Mainbocher Corset). Certo, alla moda la sua carriera fu riconoscente: amato da icone come Elsa Schiaparelli, persino Coco Chanel ne fu così attratta da invitarlo a cena con scopi non puramente professionali… senza ottenere naturalmente alcun risultato.

Fuori da questo mondo invece, non mancò di esternare il suo genio anche con foto di viaggio: fra Israele, Siria, Italia, Marocco e Iran, dalle quali emergono scatti di Persepoli ritrovabili nel percorso della mostra. Un libro, Patterns from Nature, venne invece dedicato a trame naturali: solo fiori e minerali moltiplicati all’infinito con collage caleidoscopici, per dimostrare come la natura possa creare meraviglie applicabili al design, in ogni suo aspetto. Nel corso degli anni, il suo lavoro venne ripreso e citato da numerosi talenti: pose e corsetti di Madonna per il video Vogue, la rigida nudità negli still-life corporei di Robert Mapplethorpe, o ancora i nudi di Herb Ritts e Bruce Weber. Il motivo di questo successo? Forse una fondamentale semplicità e rispetto per l’uomo, come spiegò durante un’intervista in tarda età: «Amo la fotografia perché amo la vita. E preferisco fotografare le persone perché, più di ogni altra cosa, amo l’umanità».