Aranciata con più arance e olio extravergine davvero “extra”. Sono alcuni degli effetti della legge comunitaria approvata il 22 ottobre alla Camera. L’articolo 18, per esempio, prevede che tutti i pubblici esercizi debbano utilizzare, per l’olio extravergine di oliva, contenitori con il tappo anti rabbocco. Questo per evitare “allungamenti” o riempiture con olii più scadenti e far sì che i clienti possano avere la garanzia di condire l’insalata con il prodotto descritto sull’etichetta. Per i ristoratori che non si adeguano è prevista una multa da mille a 8mila euro e la confisca del prodotto. “Il voto giunge in un momento particolarmente difficile per la produzione di oli e garantisce produttori e consumatori”, ha commentato Colomba Mongiello, vice presidente della Commissione anti contraffazione.

Sono invece soprattutto i rappresentanti degli agricoltori a festeggiare per un altro degli articoli contenuti nel provvedimento, quello sull’aumento dal 12 al 20% del quantitativo di succo nelle bibite a base di arancia. Decisione che scontenta però i produttori italiani di bevande. “E’ stata sconfitta la lobby delle aranciate senza arance che pretendeva di continuare a vendere acqua come fosse succo”, ha detto il presidente della Coldiretti, Roberto Moncalvo, sottolineando che grazie alla nuova norma “si stima che 200 milioni di chili di arance all’anno in più saranno ‘bevuti’ dai 23 milioni di italiani che consumano bibite gassate”. Secondo la confederazione l’aumento della percentuale di frutta nelle bibite potrebbe salvare oltre 10mila ettari di agrumeti ma è anche un primo passo per migliorare l’alimentazione e, come effetto collaterale, ridurre le spese sanitarie connesse all’obesità.

Sul fronte opposto Assobibe, l’associazione di Confindustria che rappresenta i produttori di bevande analcoliche: il presidente Aurelio Ceresoli fa notare che il nuovo vincolo si applica solo alla produzione in Italia “e non anche i prodotti importati”, con conseguente “penalizzazione per tutte le aziende che producono, investono e creano occupazione in Italia. Un caso di autolesionismo anziché di tutela delle industrie nazionali e dei loro lavoratori”. Ceresoli attacca “lo Stato che impone una ricetta in maniera arbitraria e vieta la produzione in Italia di aranciate apprezzate da decenni, senza alcuna evidenza scientifica o motivi di tutela della salute”. In più per l’associazione “non è vero, né dimostrabile che l’aumento al 20% si tradurrà automaticamente in un maggior impiego di forniture di succo solo italiano. Infatti più si indebolisce la quota di mercato di bibite made in Italy a favore di quelle prodotte all’estero, minori saranno le forniture di succo italiano”. Contraria anche Federalimentare che parla di “vincoli a chi produce ed investe in Italia approvati in via definitiva in Parlamento” dimostrando “ispirazioni velleitarie e insensibilità per le esigenze dell’industria”. In sintonia con Ceresoli, il presidente Filippo Ferrua definisce “dannoso introdurre vincoli e divieti circoscritti solo a chi produce in Italia. Così si favoriscono gli stranieri, si penalizza la competitività italiana, si mettono a rischio migliaia di posti di lavoro fra diretti e indotto”. “La norma approvata – dice ancora Ferrua – dimostra la miopia di un legislatore che, in nome di principi astratti e discutibili, disattende il dovere prioritario di guardare in modo pragmatico alla vita delle aziende”.