“Dobbiamo disintossicare i ragazzi da Quentin Tarantino”. La missione del docente Filippo Porcelli ha come set l’Accademia di Belle Arti di Bologna, come attori i suoi studenti del corso Processi e Tecniche per lo Spettacolo Multimediale, e come script il film “Soccial” presentato proprio ieri davanti a quegli stessi allievi che ne hanno contribuito la realizzazione. Uno dei cinque originari inventori di Blob, lo storico programma tv di Enrico Ghezzi nato proprio 25 anni fa, fa rinascere lo spirito di quei pioneristici inizi sottoforma di saggio d’esame nella zona universitaria di Bologna, quasi a far da concorrenza pratica allo storico Dams che sforna laureati più teorici.

“A questo progetto ‘Nouvelle Vague’ tengo moltissimo”, spiega Porcelli, “Godard diceva che l’utopia è nell’economia, si può fare cinema ricominciando ad attivare lo sguardo. In fondo siamo una società in cui ci si ingolfa di immagini, in grado solo di farci diventare spettatori. Manca la capacità di fare un discorso, di creare una sintassi”. Ecco allora “Soccial”, un’ora di film muto, in bianco e nero, con spezzoni da film di repertorio classico e sequenze girate dagli studenti in mezzo alle strade di Bologna con videocamere e telefonini: “Soccial ovvero Short Film About Cain”, specifica Porcelli, “Cain è Caino, il primo uomo che dice no, che si oppone, in modo naturale, d’istinto, senza troppa elaborazione intellettuale. Ho tratto questo spunto da L’Uomo in Rivolta di Camus”.

Carrellano sequenze da “Ladri di Biciclette” di De Sica, da “Vivre sa vie” e “Alphaville” di Godard, da “Berlino, sinfonia di una grande città” di Walter Ruttman, e intanto gli squarci della Bologna che dorme, si risveglia e infine torna a vivere nell’arco di una giornata, si mescolano ai frammenti firmati: “Si possono fare film solo avendo visto film. Per questo la mia/nostra Bologna di Soccial è New York, è Parigi, è Berlino. I ragazzi non hanno cultura del cinema. O meglio vedono tantissime cose, hanno molte voci in testa, ma non la propria. Il loro cinema è quello di Tarantino, da lui voglio disintossicarli. Dopo i suoi film è difficile farne uno proprio, perché la sua poetica azzera il già visto, ma i ragazzi hanno diritto a vivere una vita nuova. Per questo in questo primo anno di lezione in Accademia ho mostrato i classici e l’anno prossimo vedranno i cosiddetti B-Movie alla Di Leo, Mondo Cane di Iacopetti. Voglio che riconoscano e sentano quello che gli appartiene”.

Porcelli, classe ’56, ricomincia un percorso professionale nuovo, dopo aver fatto la storia della tv: “A Blob lavoravamo per la cultura bassa, sulle scorregge di Alvaro Vitalia. E sia chiaro sull’isola deserta io porto W la Foca di Nando Cicero e non L’eclissi di Antonioni”, scherza Porcelli, “In nove guardavamo la tv e segnalavamo ora, canale e sequenza che volevamo fosse usata nel montaggio del programma del giorno. Intanto i due montatori selezionavano il materiale indicato dalle registrazioni in studio. Blob era, ed è, una memoria visiva straordinaria. Anche qui in Accademia insegno ad usare la memoria visiva. Soccial l’ho montato io e provo a spiegare che montare non significa mettere insieme, ma costruire l’interiorità del racconto”. Infine la genesi del titolo: in parte riferito al dialetto bolognese, quel “soccia” che richiama alla mente una pratica sessuale, e l’aggiunta di una “L” finale perché dei social network non si può fare comunque a meno: “Il virtuale mi va bene, ma preferisco vivere attraverso il corpo. Il web è uno strumento che abbassa la qualità della vita e ci rende tutti dei clienti”. E ce n’è anche per Bologna: “Usciamo dalla sindrome di “un marziano a Roma”. Ora sono quello di Blob che è diventato bolognese poi tra pochi giorni per i giornali non esisto più. Guardiamo quello che la città offre culturalmente in modo libero. E per favore basta anche con questa enfasi attorno a David Lynch. La sua mostra fotografica al MAST è una c. pazzesca”.