Ora c’è anche il benzene.

Dopo la sentenza del Tribunale di Mantova di qualche giorno fa, nella lista delle sostanze, presenti in migliaia di fabbriche di questo paese, che hanno fatto scempio dell’ambiente e di corpi umani, soprattutto ma non solo operai, e accertate in quanto tali in un processo penale c’è anche questo composto chimico.

La scienza, o meglio il pezzo più attendibile della stessa, a questa conclusione era giunta molto tempo fa: secondo l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul cancro (Iarc), già dal 1982 vi è sufficiente evidenza che il benzene sia cancerogeno per l’uomo. Addirittura, l’uso di questa sostanza era stato limitato per legge nelle attività lavorative sin dal 1963.

Ma la giustizia, specie quella penale, ha tempi diversi da quelli delle acquisizioni scientifiche quando si tratta di accertare il cosiddetto nesso causale tra l’esposizione a un cancerogeno e l’insorgenza di un cancro. Anche perché, spesso, sono altri “pezzi di scienza” a disseminare, su questa questione specifica, il processo penale di dubbi; ragionevoli e, soprattutto, profittevoli solo per chi li produce e per chi ne dovrebbe beneficiare, ossia i proprietari e i gestori delle varie industrie imputati, a seconda dei casi, di lesioni o omicidi colposi o di disastri ambientali. A operare, insomma, come veri e propri “fattori di confondimento”. Giacché, per questi scienziati vale l’aureo (in senso materiale) principio riassunto nel titolo di un illuminante libro uscito negli Stati Uniti qualche anno fa: “Il loro prodotto è il dubbio”.

Come non ricordare, in tal senso, il luminoso esempio costituito da Sir Richard Doll, monumento dell’epidemiologia mondiale, la cui opera “scientifica” ha contribuito a condizionare, direttamente o indirettamente, procedimenti penali anche di grande rilievo giuridico e sociale? Per esempio, quello relativo ai morti di un altro petrolchimico, quello di Brindisi, conclusosi, ormai anni fa, in modo assai diverso dall’omologo di Mantova: con un’archiviazione, per la presunta assenza di prova certa in ordine al rapporto causale tra il cloruro vinile monomero e ogni malattia oncologica diversa dall’angiosarcoma epatico.

Ebbene, sul conto del baronetto di Sua Maestà, Richard Doll, il dott. Felice Casson, pubblico ministero del noto processo per i morti del petrolchimico di Marghera, scrisse nel suo atto d’appello che a costui “Enichem ha dato mandato di sostenere che l’angiosarcoma epatico è l’unico tumore causalmente associato con l’esposizione a Cvm (come risulta dalla documentazione in atti e in particolare da quella acquisita durante la Commissione Rogatoria Internazionale in Gran Bretagna).”

Analogamente, in materia di mesotelioma, il famigerato cancro della pleura determinato dall’amianto, per quanto riguarda lo specifico meccanismo carcinogenetico, altri uomini di scienza, consulenti degli imputati, si sono distinti, in innumerevoli sedi processuali, in una ricostruzione “scientifica” che tende a mettere in relazione causale l’insorgenza della malattia solo con le primissime esposizioni all’asbesto (la cosiddetta “trigger dose”), sì da liberare i datori di lavoro imputati da ogni responsabilità per le successive esposizioni e, dunque, in ultima istanza, da ogni responsabilità.

Questa curiosa tesi “scientifica” viene fondata da questi scienziati, asseritamente, sull’opera del più importante studioso al mondo di questa letale patologia, Irving Selikoff. Ebbene la Corte di Cassazione, nel 2012, ha definito senza mezzi termini quest’operazione “interpretativa” una vera e propria distorsione dell’intuizione del Selikoff.

Così come il Tribunale di Taranto, nella recente sentenza per 15 morti di lavoratori Ilva, non si è peritato di qualificare come di “modesto profilo etico-morale” le allusioni formulate dal principale consulente delle difese sull’imparzialità di 12 dei 16 membri del Consensus internazionale in materia di mesotelioma che ha rigettato in toto la bizzarra teoria della “trigger dose” (costui ha fatto parte dello stesso Consenso ed è stato l’unico, su 17 membri, a sposare la teoria in questione).

Un sindacalista della Solvay di Ferrara, Luigi Onestini, in un’intervista a Report disse: “La scienza non è neutrale, la scienza è di chi la paga, perché pagando si può dimostrare tutto e il contrario di tutto.” Le generalizzazioni sono sempre sbagliate. Ma è difficile dargli torto.