Il confronto a distanza, civile, non esclude qualche stoccata e mette di fronte due personaggi agli antipodi. Renzo Piano, genovese, senatore a vita, archistar fra le più celebri (e celebrate) al mondo. E Massimo Ferrero, romano di Testaccio, distributore e produttore cinematografico, nuova stella del calcio, pianeta in cui è atterrato a giugno prendendo in mano la Sampdoria. Motivo del contendere, il nuovo stadio che nelle intenzioni di Ferrero – che ha rilanciato il progetto presentato a suo tempo dalla famiglia Garrone – dovrebbe sorgere sull’area del Palasport, proprio accanto alla foce del torrente Bisagno, responsabile della recente devastazione alluvionale della città. In quella porzione di aree che la Fiera di Genova ha sbolognato al Comune di Genova e sulle quali l’architetto Piano è intervenuto, ridisegnando con la sua geniale matita il profilo dell’intero waterfront di levante della città. Peccato che nella “creatura” immaginata dal padre del Beaubourg parigino e dello Shard, il grattacielo nuovo simbolo di Londra, lo stadio non compaia affatto. Bocciato. Senza appello. “Lo stadio non si può fare perché non ci sta fisicamente. – ha dichiarato Piano al “Secolo XIX” – Per reggere dal punto di vista economico, lo stadio deve essere integrato da un’attività commerciale abbastanza cospicua, che assomiglia molto ad un centro commerciale. Ma allora si snatura il progetto e in più bisognerebbe demolire il Palasport e togliere spazio al Salone Nautico”.

Ferrero c’è rimasto male. Non tanto per la battuta che Piano si è concesso. (“Non mi metterei mai a fare polemiche con questo simpatico signore che il mio amico Maurizio Crozza prende in giro. Come si chiama?”. “Sa benissimo come mi chiamo e quella battuta è vecchia, la usavo io vent’anni fa”, ha replicato). Quanto perché immaginava (e sperava) che Piano avrebbe valutato l’opzione-stadio inserendola magari come alternativa nel suo vasto disegno che – se sarà realizzato – cambierà faccia ad una porzione pregiata del litorale, scavando attorno ai padiglioni superstiti della Fiera un lungo canale d’acqua e alleggerendo i volumi delle costruzioni sparpagliate qua e là con scarso senso estetico nei tronfi anni Sessanta. “Si può fare un riempimento nella zona del Palasport – ha spiegato Ferrero – non è chissà cosa. Si piantano i pali e poi si riempie. Pensate che meraviglia, uno stadio sul mare, ci si va in barca, in banchina attraccano le navi dei ricconi che vengono a vedersi la partita della Sampdoria…”.

Idea affascinante, che cozza però con il progetto di Piano, che immagina di tagliare a metà il Palasport trasformandolo in una darsena coperta dove attraccheranno i maxyachts, – le navi dei ricconi, come le chiama Ferrero – ma in un ambito schiettamente marinaro. La rinnovata area fieristica amplierà l’offerta di acqua alle imbarcazioni e non soltanto nel periodo del Salone Nautico. Sarà il polo nautico del levante, con darsene, accosti e quanto occorre alla navigazione da diporto. Si sposteranno lì la sede dello Yacht Club Italiano e i relativi accosti. Idea che fa storcere il naso agli eredi di Beppe Croce. In cambio a ponente avranno più spazio le Riparazioni Cavali.

Battute a parte, a Ferrero, comunque, Piano concede volentieri l’onore delle armi. “E’ un uomo vispo, pieno di energia. E se ha tutta questa energia troverà il modo di costruire il nuovo stadio”. Un endosement che sa di premio di consolazione. Piano conosce benissimo in meccanismi perversi che impastoiano Genova, paralizzando da decenni le scelte strategiche che potrebbero sottrarla all’isolamento e al declino. La questione stadio di proprietà è vecchia di quasi un decennio. La sollevò Riccardo Garrone, patron della Sampdoria, che propose di costruirlo in quattro diverse location: a Trasta, in Valpolcevera, accanto all’aeroporto di Sestri Ponente, alla Colisa (un’impervia collina che domina il ponte Morandi, sul versante di Cornigliano) e appunto alla Fiera del mare. Quattro progetti, quattro bocciature. Ferrero non è un tipo che si arrende facilmente. Il suo avvento alla Sampdoria ha prodotto non solo l’eccellente avvio di stagione della squadra (terza in classifica e imbattuta). Ha dato una scossa salutare alla paludata e paludosa intellighentzia dominante, perennemente impegnata a misurarsi in contese intestine per la conquista della leadership cittadina. Carattere scomposto e ruspante, esprimendosi in un italiano che è un argot da testaccino doc, Ferrero ha sferrato un calcio alle convenzioni indigene, scompaginato il placido milieu genovese, mandato all’aria il basso profilo, che è la cifra della città. Le frequenti apparizioni televisive e le interviste rilasciate con prodigalità ne hanno già fatto un personaggio.

L’alluvione l’ha scaraventato in prima linea. Ferraro ha “costretto” Federcalcio e Lega a mobilitarsi, aprendo un conto corrente di solidarietà, sul quale ha invitato società e calciatori a versare contributi in denaro. E’ intervenuto personalmente ai funerali della vittima dell’alluvione, Antonio Campanella. Ha fatto stampare sulle maglie indossate dalla Sampdoria a Cagliari la scritta: “Noi per Genova. E tu?”. Un uragano di attivismo. Sempre fuori dagli schemi. Tant’è che non avrebbe difficoltà ad associare al progetto stadio anche il Genoa: “Perché no? Io con Preziosi non ho alcun problema. Mi sta pure simpatico. Piano metterebbe il cappello su un’opera straordinaria. Il calcio è vita, è passione, è amore”. Programmando il futuro, Ferrero non dimentica il presente.

In attesa dello stadio di proprietà (se mai riuscirà a costruirlo) progetta di gestire col Genoa (o anche senza, se Preziosi si tirasse indietro) lo scalcinato Luigi Ferraris, ricostruito ex novo per il Mondiale del ’90 e già ridotto ad un mezzo rudere. Trattative sono in corso col Comune e con il concessionario, il Consorzio Stadium (formato da Best Union, Unifica, Costa Edutainment e Stadia) che l’aveva rilevato appena due anni fa da Sportingenova, la società di gestione degli impianti sportivi cittadini del Comune sprofondata nei debiti. Il glorioso templio, come lo chiamano i tifosi del Genoa, perde i pezzi. Se piove sgocciola come un ammalato cronico di cimurro, è gravemente carente in fatto di servizi al pubblico (toilettes, bar, spazi ricreativi, ascensori). Il terreno di gioco, rifatto ad ogni stagione, è un disastro. E l’impianto sorge tra le case, il vecchio carcere di Marassi e l’infido corso del torrente Bisagno. Un cumulo di criticità evidente, ma bisognerà tirare avanti giocandoci. Genoa e Sampdoria un’altra “casa” non ce l’hanno.