In Italia ci sono 133 ospedali che effettuano meno di 500 parti l’anno. Queste strutture dunque, non rispettano il parametro minimo fissato dai nuovi standard ospedalieri ministeriali. L’indagine ha preso in considerazione 521 nosocomi.  Lo evidenzia il Rapporto Esiti 2014 sviluppato dall’Agenzia per i servizi sanitari regionali (Agenas) per conto del ministero della Salute. Gli accordi tra Stato e Regione effettivi già dal 2010 infatti, prevedono la chiusura del reparto maternità con meno di 500 parti secondo il regolamento sugli standard quantitativi e qualitativi dell’assistenza ospedaliera. Uno degli indicatori più importanti è quello che riguarda il volume di ricoveri per parto: ancora molte strutture non raggiungono gli standard, in particolare perché è stato dimostrato che i centri con un numero di nascite maggiori garantiscono migliori risultati per la salute delle donne e dei bambini. 

Le Regioni con più ospedali sotto la “soglia di sicurezza” sono Campania, Sicilia e Lazio. Per fare qualche esempio, a Villa Regina in provincia di Bologna sono nati 35 bambini, 21 nell’ospedale Nagar in provincia di Trapani. I dati in questa particolare classifica però, spiegano gli esperti dell’Agenas, includono anche le case di cura private non accreditate che non sempre si riescono a distinguere solo dalla denominazione: per esempio nel Lazio, delle dodici strutture sotto 500, sei sono case di cura private non accreditate.

Da quando è stato istituito il Programma nazionale esiti che mette a confronto le performance delle strutture sanitarie, sembra che gli ospedali italiani abbiano registrato un aumento del numero degli interventi chirurgici effettuati nei tempi stabiliti dalle linee guida internazionali. Il programma mette a confronto le performance delle strutture sanitarie di tutte le regioni, in base a 129 indicatori che vanno dalla mortalità a 30 giorni per ictus a quella per infarto, dalla proporzione dei parti con taglio cesareo alle complicanze a 30 giorni a seguito dell’esportazione della cistifellea. I promotori del programma precisano che non si tratta di graduatorie, pagelle o classifiche, ma di uno strumento a disposizione delle Regioni, delle aziende e degli operatori per il miglioramento delle performance. La proporzione di parti cesarei, per esempio, è passata dal 29% del 2008 al 26% del 2013, con grandi differenze tra regioni: in Campania, ad esempio, è cesareo un parto su due.