È possibile acquisire tutti i diritti di un professore universitario senza aver mai superato un concorso? La risposta è sì. È contenuta nell’articolo della legge 114 dell’11 agosto scorso, misure urgenti per la semplificazione e la trasparenza amministrativa e per l’efficienza degli uffici giudiziari. E vale per pochi – e molto noti – personaggi. La storia riguarda la Scuola superiore dell’economia e delle finanze (Ssef) che, in nome della spending review targata Renzi e governo delle larghe intese, viene soppressa e confluisce nella Scuola nazionale dell’amministrazione (Sna). Il destino dei dipendenti della Ssef, però, non è lo stesso per tutti. 

C’è chi – una dozzina di fortunati – acquisisce tutti i diritti di un professore universitario senza aver mai superato un concorso pubblico. E c’è chi invece – circa 50 dipendenti – viene “eliminato” perdendo anche i diritti acquisiti. Il comma 4 dell’articolo 21, dedicato alle Scuole di formazione, prevede che “i docenti ordinari e i ricercatori dei ruoli a esaurimento della Ssef … sono trasferiti alla Sna … e agli stessi sono applicati lo stato giuridico e il trattamento economico … dei professori o dei ricercatori universitari…”. Ma cosa significa “applicare” lo “stato giuridico” di un professore universitario? E soprattutto: a chi è dedicata questa norma?

I “fortunati”

Tra i fortunati – è proprio il caso di dirlo – troviamo Vincenzo Fortunato, magistrato ordinario e del Tar, per un decennio ininterrotto capo di gabinetto di diversi ministri, da Giulio Tremonti ad Antonio Di Pietro, oggi liquidatore della Società Stretto di Messina e, negli anni scorsi, anche collaudatore del Mose con parcella da ben 535mila euro. Accanto a lui, nell’elenco, troviamo Marco Milanese, arrestato il 4 luglio con l’accusa di corruzione nell’indagine sul Mose di Venezia. A loro si aggiungono i professori della Ssef Gianfranco Ferranti, Giuseppe Nerio Carugno, Maria Gentile, Maurizio Leo, Valentina Lostorto, Maurizio Mensi, Marco Pinto, Ernesto Stajano e Francesco Tomasone. Nessuno di questi nomi compare negli elenchi del Miur come professore ordinario. Eppure il governo Renzi e la maggioranza del Parlamento, con la legge del 18 agosto, applica loro lo “stato giuridico” dei “professori o dei ricercatori ordinari”. E allora: quali sono le conseguenze di questa norma? Ilfattoquotidiano.it ha contattato diversi esperti di diritto amministrativo che concordano su un punto: la norma non esclude espressamente l’equiparazione di fatto tra i professori in questione e i docenti universitari che hanno superato un concorso.

Stato giuridico

Per “stato giuridico”, infatti, s’intendono tutti i doveri, ma soprattutto i diritti di un professore universitario che, prima di ottenerli, ha dovuto studiare per anni e superare concorsi su concorsi. Lo “stato giuridico” comprende per esempio il trattamento economico che questa norma collega espressamente alla disciplina universitaria. Ma andiamo oltre. Le università che, nel loro ordinamento, prevedono il trasferimento di docenti “equiparati” ai professori universitari, con questa norma, potrebbero accogliere Fortunato e compagnia al loro interno. E ancora: quando il Parlamento in seduta comune dovrà scegliere, tra i professori universitari, un terzo dei componenti del Csm, teoricamente potremmo trovare tra i candidati anche Milanese e Fortunato. Nulla infatti lo esclude. Qual è, quindi, la vera differenza tra Fortunato e un professore universitario che ha dovuto superare un concorso?

Professori universitari tout court

“In effetti questa norma – spiega al fattoquotidiano.it Luigi D’Ambrosio, avvocato amministrativista –  si presta, astrattamente, ad essere interpretata nel senso che, con l’attribuzione dello stato giuridico dei professori universitari, i docenti in questione siano equiparati tour court ai primi. La norma, infatti, non contiene disposizioni che possano inequivocabilmente condurre a diverse conclusioni. La conseguenza sarebbe tuttavia assai singolare: i docenti della scuola superiore potrebbero vantare tale equiparazione in sede universitaria e non. E’ tuttavia evidente che, se così fosse, la disposizione si presterebbe a dubbi di costituzionalità, se non altro perché il professore universitario acquisisce tale status dopo aver superato prove concorsuali e aver dimostrato determinate capacità scientifiche e didattiche, laddove i docenti della scuola superiore sono semplicemente nominati con atto monocratico e in assenza di concorso”.

La legge di agosto non è una primizia. Anzi: siamo di fronte a un disegno storicamente bipartisan. Una prima traccia dell’operazione, infatti, risale al 2000 ed è contenuta in un decreto del governo Amato. L’anno successivo, quando al governo arriva Berlusconi e al ministero c’è Giulio Tremonti, di cui Fortunato è capo di gabinetto, il Parlamento vota una legge che consente ai professori della Ssef di insegnare in qualsiasi università. Nel settembre 2002, Fortunato viene nominato, da Tremonti, “Professore Ordinario” della Ssef per le materie di Diritto Amministrativo e Tributario. Pochi mesi prima, però, il Consiglio di Stato aveva già posto un argine a questa deriva: l’acquisizione dello stato giuridico del professore universitario non poteva discendere da un decreto del ministero. È necessaria una legge votata dal Parlamento.

È la spending review, bellezza

E la legge, dopo 14 anni, finalmente è arrivata: ad agosto viene convertito il decreto che, pochi mesi prima, è stato varato dal governo Renzi. L’occasione è data dal taglio della spesa e dalla soppressione della Ssef. Il destino di Fortunato, Milanese e dei loro colleghi è segnato da questa norma, ma cosa accade agli altri dipendenti? Lo spiega, senza giri di parole, di fronte alla commissione presieduta da Paolo Sisto (FI), che nulla ha da eccepire, il presidente della Sna, Giovanni Tria: “Il 70 per cento dei dipendenti delle Scuole sarà eliminato”. In realtà, a voler essere precisi, non lavoreranno più nelle scuole della Sna ma resteranno assorbiti dai rispettivi ministeri. Più sfortunati, invece, i dipendenti di tre sedi distaccate. Infatti, se Fortunato e Milanese vedono accrescere i loro diritti, i dipendenti pubblici delle sedi di Acireale, Bologna e Reggio Calabria – circa 50 persone – saranno destinati ad altri enti con conseguente perdita di soldi in busta paga e mansioni. Sono loro i paria della situazione: la vera rottamazione, la vera spending review, riguarda soltanto loro.