Sono lontani i tempi di Veltroni, quando pochi anni fa, di fronte a una mozione di legge popolare per le unioni civili, dopo aver rassicurato il vescovo di turno – “non se ne farà nulla”, disse a Bertone – fece votare il gruppo consiliare della sua maggioranza con Storace contro i diritti della comunità Lgbt romana. Era il 2007,  il Pd era nato da poco, ma i presupposti di quello che sarebbe stato il futuro erano più che evidenti.

Ieri, invece, si è rotto un tabù per Roma, tornata di nuovo capitale di uno Stato laico. Il sindaco Marino ha infatti deciso di registrare i matrimoni contratti all’estero da parte di sedici coppie di gay e lesbiche, andando oltre le ingerenze del Vaticano e sfidando la circolare di Alfano, sempre di più in prima linea contro le persone Lgbt.

Sedici famiglie, riconosciute all’estero – da Capo Nord allo stretto di Gibilterra, andando oltre mare fino in America e Oceania – ma non in Italia, patria del Rinascimento e del diritto romano, ma ancora ostaggio di un ritardo politico di marca confessionale. Famiglie accolte, per quanto simbolicamente, dal primo cittadino romano che lancia così sia alla società sia al suo partito, un segnale forte e chiaro sulla questione omosessuale italiana.

Chissà come devono averla presa personaggi come Rosy Bindi, contestata nel 2012 proprio dalla gay community alla festa dell’Unità alle terme di Caracalla per le sue posizioni omofobiche. In Italia ci sono i cattolici, tuonava, e il matrimonio non si farà mai: “Se non vi va bene, liberi di andare in un altro paese”. Posizioni non molto dissimili da quelle dei sostenitori del Ncd e dei movimenti di estrema destra che ieri, ai margini del Campidoglio, protestavano contro la decisione del sindaco.

 

Dentro l’aula consiliare, invece, il clima era molto festoso. Molte delle coppie convenute hanno portato i loro figli e le loro figlie, come Andrea Rubera e Dario De Gregorio di Nuova Proposta, l’associazione di gay credenti, tra i primi ad aver apposto la firma: “E’ stata una giornata speciale perché per la prima volta l’amministrazione pubblica ha parlato chiaramente e ha detto che siamo una famiglia, senza se e senza ma. Avrà pure solo valore simbolico ma, come diceva Baudelaire, la vita è una foresta di simboli. E poi non potevano non esserci i nostri bambini, noi siamo famiglie! Se fossimo andati a un battesimo, a un compleanno o a un matrimonio sarebbero venuti comunque con noi.”

C’era anche Rosario Murdica, attivista della comunità Lgbt romana, insieme a suo marito Gianni, convolati a nozze a marzo scorso in Portogallo. “La decisione di sposarci è nata perché, dopo  molti anni di convivenza” trent’anni, per la cronaca “volevamo non solo dar base giuridica al nostro amore, ma condividere questo momento con i nostri parenti più stretti e i nostri amici, riunire intorno a noi tutti coloro che ci hanno amato e sostenuto in questi anni. Volevamo dare un segnale pubblico forte, un atto che potesse mettere le istituzioni davanti a ciò che siamo: una famiglia uguale alle altre, basata sul sostegno reciproco e sulla solidarietà.” 

C’era anche il mondo delle associazioni: “Oggi si fa la storia!” commenta entusiasta Andrea Maccarrone, presidente del circolo Mario Mieli che ha partecipato con una delegazione per salutare e sostenere le coppie presenti, molte anche di amici e amiche. “Da Roma si leva chiaro un messaggio al parlamento, che non può più far finta di non vedere cosa sta succedendo nella società e nel paese” dichiara ancora, mandando un appello al prefetto Giuseppe Pecoraro e invitandolo a non annullare le trascrizioni, così come precedentemente preannunciato. Sulle stesse posizioni si dice anche Rubera: “La politica deve prendere atto del vuoto legislativo evidente che espone le coppie Lgbt e i loro figli a una situazione di cittadinanza mutilata. Le nostre famiglie non sono fantasmi provenienti da scenari futuribili da temere. Viviamo qui e oggi, e come tutti dobbiamo poter vivere nella serenità di sapere di essere alla pari di tutti gli altri.”

Roma ieri si è accorta di questa realtà, dopo troppi anni di silenzi e di scelte pilatesche. La classe dirigente nazionale è dunque chiamata ad esprimersi di fronte alla realtà delle cose e decidere da che parte stare: se assomigliare a chi, ieri, tra qualche saluto romano si diceva contrario alla piena dignità giuridica per tutti e tutte oppure a quei paesi che dimostrano che il mondo sa essere un posto migliore.