C’è un memorabile episodio nel Mondo piccolo, quando il compagno sindaco – organizzata la festa del partito in paese – vende il giornale del popolo per le strade. Il parroco gli chiede l’Osservatore romano e Guareschi annota: “Peppone, oltre alla testa, voltò anche il resto del corpo verso don Camillo. Non parlò, ma nei suoi occhi c’era un intero discorso di Lenin”. È la prima cosa che ti viene in mente quando nella sede della Fiom, tra manifesti di Cipputi e felpe rosse, Maurizio Landini comincia a raccontare di un paese dove – giovanissimo – è andato a lavorare. “Si chiama Cavriago, non so se lo conosce. Ma è un posto famoso perché c’è un busto di Lenin e tutti giorni gli mettono davanti un fiore fresco. Ancora oggi”. Tout se tient. Alle pareti puoi leggere un mucchio di parole rispettabili, e ormai sul viale del tramonto: lavoro, diritti, uguaglianza. Vecchia mercanzia abolita dalla nuova gauche rottamatrice. Ma il segretario generale della Fiom dice “salario”, “occupare le fabbriche”, dice anche “logica padronale”. E ci tiene a spiegare che non è un riflesso pavloviano, nemmeno nostalgia. Prima delle piazze e delle bandiere rosse, tutto inizia a Castelnovo ne’ monti, sull’Appennino reggiano, nell’estate del ‘61. C’è un papà che fa lo stradino, e una famiglia numerosa – cinque fratelli, Maurizio è il quarto – che segue il lavoro paterno e scende dalla montagna in pianura. Fino a San Polo d’Enza, dove ancora oggi il segretario generale della Fiom abita. E torna appena può, anche se di tempo libero ne ha poco. “Stacco veramente solo quando sono a casa. Mia moglie ha un po’ di piante in giardino e quando posso la aiuto. Fare un lavoro manuale mi fa bene, mi scarica molto. Qualche volta vado a correre, ma sempre più di rado. In vacanza leggo gialli e ascolto musica. Autori italiani: Ligabue, De Gregori, Zucchero, la Mannoia”.

Ma come, niente Claudio Lolli e Guccini?
Nooo! La canzone politica, per come la s’intende generalmente, mi è sempre sembrata pallosa, pesante, triste. Non mi son mai piaciuti quelli che si piangono addosso. Le cose cupe non fanno per me.

Quando ha cominciato a lavorare?
Sono andato a scuola fino a 16 anni. Dopo le medie, ho fatto due anni di geometra, poi dovevo iscrivermi al terzo anno ma sono andato a lavorare: in casa non c’erano più soldi. Studiare mi piaceva, sono sempre stato promosso. Ho iniziato come operaio nel ‘77 da un artigiano che faceva cancelli e finestre. Nel ‘78 sono andato a lavorare in una cooperativa metalmeccanica, a Cavriago.

Il ‘77 è un anno di fuoco per l’Italia.
Ricordo solo gli echi del terrorismo, della contestazione. In quel momento ero più portato a giocare a pallone… Per me non era un periodo di impegno politico, anche se ero iscritto alla Fgci: dalle mie parti o eri in parrocchia o eri in cooperativa. E io avevo un papà che era stato partigiano comunista. In paese c’era la Cooperativa e sopra la sezione del partito. Il bar, che era il luogo dove alla sera si andava per trovarsi anche se non c’erano riunioni. Facevano davvero i cineforum, come nella canzone di Venditti. Io ero iscritto alla Federazione comunista perché stavo “naturalmente” da quella parte lì: ma il mio approccio alla politica non nasce dall’ideologia, nasce dal lavoro.

Cioè?
Dopo l’apprendistato, sono stato assunto come saldatore in una cooperativa che faceva impianti termo-sanitari e che aveva molti cantieri: andavi a fare impianti nelle case, negli ospedali, le prime esperienze di teleriscaldamento. Lavoravo anche all’aperto, sia d’estate che d’inverno. Ma lavorare otto ore all’aperto tra novembre e febbraio non è uno scherzo. Io il freddo lo soffro moltissimo, e c’erano inverni gelati nella bassa. È stata la mia prima battaglia, provare a lavorare un’ora di meno durante i mesi più rigidi: otto ore al gelo non sono uno scherzo.

Sono anni in cui succedono molte cose, c’è il ricortentativo del compromesso storico, il terrorismo, l’assassino di Moro. I movimenti.
In quel periodo Enrico Berlinguer era per tutti un punto di riferimento indiscusso. Anche per me, però il compromesso storico non mi convinceva. A casa mia gli accordi tra i comunisti e la Dc non si sono mai fatti. La solidarietà nazionale non era roba per noi.

E quando capisce che da grande avrebbe fatto il sindacalista?
Sono stato operaio saldatore fino all’85. In mezzo ho fatto il militare a Trapani e poi un pezzo a Modena. Fanteria, ricordo che facevo delle gran guardie. Però, visto che ero saldatore, mi facevano fare dei lavori di manutenzione.

Sembrava più il tipo da obiezione di coscienza…
Se uno all’obiezione non ci credeva, fare quella scelta era una paraculata: facevi l’obiettore per non partire. Così ho optato per il militare. Tornato a casa, a un certo punto mi chiedono se sono disponibile a fare un’esperienza sindacale fuori dalla fabbrica. E dico sì. Il lavoro però a me piaceva. Fare il saldatore non è mica facile, ci vuol degli anni a imparare: bisognava prendere i patentini. È un mestiere pesante. Come dicevo la cosa che mi pesava di più era stare fuori d’inverno. Ma c’era il problema della cooperativa.

Cosa vuol dire?
Che eravamo tutti soci. Poi che eravamo tutti comunisti, avevamo tutti in tasca la stessa tessera, però otto ore col gelo nelle ossa ci stavano solo alcuni. E quelli che invece fuori non ci stavano sempre comunisti, eh – eccepivano, accampavano scuse. Una volta dissi al compagno direttore del personale che in tasca avevamo la stessa tessera, che però la tessera non mi proteggeva dal freddo. Non si poteva buttarla in politica per fregare i lavoratori! Alla fine l’abbiamo spuntata. E lì è iniziato tutto.

Invece il suo sogno da bambino era?
Mi piaceva tantissimo giocare a calcio, sognavo di farlo per mestiere. Non avevo i mezzi. Correvo tanto, ero molto generoso, ma i piedi non erano buoni. Ero uno come tanti, un mediano, come quello di Ligabue. Oggi purtroppo non ci riesco più, sono completamente fuori allenamento. Però nemmeno pensavo che avrei fatto il sindacalista: m’immaginavo che avrei fatto l’operaio saldatore.

Torniamo ai suoi primi passi nel sindacato, dopo la battaglia del freddo.
Gli anni in cui esco dalla fabbrica per entrare alla Fiom coincidono con il momento in cui Craxi decide, con il famoso decreto di San Valentino, di tagliare quattro punti alla scala mobile. Lo ricordo bene perché è stato un passaggio di rottura nella Cgil, tra i socialisti di Del Turco e gli altri. Tutto questo porterà a una spaccatura profonda, con il Pci che – perso il referendum – perde anche la capacità di condizionare i governi, anche se al governo non ci sta. Lì inizia il declino della rappresentanza del Partito comunista.

Non a caso, sui temi del lavoro.
È la prima volta che s’interviene sui temi del lavoro senza che ci sia bisogno del Pci, anzi contro il parere del Pci. Poi sparirà la scala mobile, e dopo ancora spariranno i contratti nazionali. Io avevo appena messo il naso fuori dalla mia azienda. Seguivo le vertenze sindacali di quattro o cinque Comuni della zona, sui cui mi avevano dato la competenza: tra aziende e piccole imprese erano una sessantina. Facevo assemblee, incontri, trattative. Quando ho dovuto abbandonare la scuola, nella mia testa c’era che avrei potuto fare le serali, volevo trovare il modo di diplomarmi. Non l’ho fatto, però il sindacato è stata la mia università. Nel ‘91, a 29 anni, mi hanno chiesto di fare il segretario provinciale della Fiom a Reggio Emilia, poi in Emilia Romagna, poi a Bologna. E dopo a Roma.

Dov ’era mentre si consumava la Bolognina?
Io al partito sono stato iscritto, fino a un certo punto, sempre senza ruoli. Nella mia sezione appoggiai Occhetto e la svolta. Poi quando i Ds hanno scelto di sciogliersi per dare vita al Pd, le nostre strade si sono divise. La consideravo un’operazione a tavolino, che non aveva progetti, non era fondata su idee comuni e valori. Temevo, e avevo ragione, che attraverso la fusione fredda di Margherita e Ds si sarebbe arrivati alla scomparsa della rappresentanza politica dei lavoratori. Avevo ragione. Oggi in tasca ho due tessere…

…quella della Cgil e?
Quella dell’Anpi. Mio papà ha fatto la Resistenza. Aveva 18 anni e nel ‘43 doveva partire militare per andare a Salò. Ma scelse di disertare ed entrò in clandestinità. È stata una cosa importante per noi figli, anche se lui era un uomo taciturno. Per me è stato sempre un riferimento, un esempio più per le cose che faceva che per quello che mi diceva.

Con Renzi avete avuto un buon feeling all’inizio. Che è successo?
Sono cambiate le scelte politico-economiche. Il suo modello di società – per come viene fuori dalle dichiarazioni, perché per ora non s’è visto molto di concreto – è sideralmente distante dal mio. Le sue proposte sono una regressione pericolosa. Schematizzando, il modello di relazioni politiche a cui ambisce è molto americano, un sistema che riduce gli spazi di partecipazione dei cittadini.

Capitolo Fiat: un’azienda che ha la sede legale in Olanda, fa le auto a Detroit, è quotata a New York, paga le tasse a Londra e in Italia ha lasciato briciole di produzione e cassintegrati. Le sarà venuto un colpo quando ha visto le immagini americane del premier con Marchionne.
Renzi è intelligente, veloce, ma anche pericolosamente spregiudicato. È uno che non fa nulla a caso. Ha dichiarato che non andava a Cernobbio perché non gli interessavano i discorsi di quelli che vanno nei salotti buoni. Poi è andato nella famosa rubinetteria, ma con Squinzi, il presidente di Confindustria. E, guarda un po’, sta assumendo in toto le loro richieste: Irap, quella cosa che lui chiama Jobs act, l’articolo 18. E poi: non è andato a Cernobbio, ma da Marchionne sì. Mi sfugge completamente come la Fiat possa essere un esempio: non solo per la fuga all’estero, ma anche per gli atteggiamenti precedenti, la decisione di escludere la Fiom dalla rappresentanza sindacale interna, il modo ricattatorio con cui ha portato avanti l’accordo per lo stabilimento di Pomigliano. Bisogna distinguere sempre i rapporti tra le persone e le scelte politiche. Vorrei precisare una cosa: non è Marchionne la questione, è la politica industriale e occupazionale della Fiat. Uno dei nostri mali, in un senso o nell’altro, è l’eccesso di personalizzazione.

Dicono: i sindacati tutelano una minoranza già tutelata.
Come direbbero dalle mie parti, questo è vero fino a mezzogiorno. Abbiamo assistito a un processo legislativo che ha permesso alle imprese di riorganizzarsi, liberandosi dai vincoli: esternalizzazioni, appalti, subappalti. Determinando anche l’impossibilità per noi di utilizzare alcuni strumenti contrattuali classici. E lo dico senza voler sollevare dalle loro responsabilità i sindacati, che non hanno fatto abbastanza per capire come bisognava cambiare e reagire. Oggi un imprenditore può lavorare, e quindi trarre profitto, senza avere alcuna responsabilità sulle condizioni di lavoro di chi concorre a formare questo profitto. Quando io sono entrato nel mondo del lavoro, dal centralinista al progettista erano tutti inquadrati nello stesso contratto: oggi sotto lo stesso tetto ci sono persone che fanno lo stesso identico lavoro, ma con trattamenti diversi. Una delle riforme da fare, è ridurre drasticamente le forme contrattuali.

Questo lo dice anche Renzi.
Sì, ma in un’idea di riforma che ci esclude completamente. Deve mettere in condizione i lavoratori, se lo vogliono, di potersi organizzare collettivamente e contrattare le proprie condizioni. Io penso che sia necessario arrivare al contratto dell’industria, il contratto dei servizi, il contratto dell’artigianato. Forme che garantiscano a tutti, a tutti, diritti minimi: orari, salario, malattia, maternità. Non c’è all’orizzonte nessun provvedimento sugli appalti, perché questo sistema fa comodo: innesca un regime di competizione tra i lavoratori, e non sul piano delle competenze, delle capacità o dei talenti. Se poi si va incontro alla logica della Fiat, saranno le aziende a decidere quali sindacati, quali diritti.

Tornato dagli Usa Renzi è andato da Fabio Fazio e ha detto: gli imprenditori devono avere la possibilità di licenziare. Che effetto le ha fatto?
Mi ha fatto incazzare. Ho pensato: ma a Renzi cosa hanno fatto di male quelli che per vivere devono lavorare? Perché ce l’ha così tanto con loro? Prevale in questi discorsi la logica padronale. Non autoritaria, proprio padronale: cioè di chi vuole poter disporre di te e della tua vita. Il principio di fondo è che il singolo lavoratore, nel rapporto con l’imprenditore, è più debole perché dipende da lui, e quindi ha bisogno di diritti per riequilibrare in parte una relazione che altrimenti sarebbe sbilanciata. Se neghi questo, affermando che l’imprenditore può disporre del lavoratore come gli va, svilisci le persone. Per uscire da questa crisi, la ricetta non è la liberalizzazione selvaggia sulla pelle dei cittadini. Non è accettabile: il modello sociale che propone Renzi è aggressivo, competitivo, feroce. Non terrà. Perché le persone non devono competere tra loro per poter vivere lavorando.

Da molto tempo le domandano di diventare il leader di una formazione di sinistra. Lei si è sempre schermito, ma ultimamente le voci sono moltiplicate e gli osservatori scrivono di una sua maggiore disponibilità.
Questa campagna è un modo per sminuire quello che stiamo facendo per costruire sui temi del lavoro una proposta alternativa a quella del governo. E non è un caso che le voci si moltiplichino adesso: c’è la manifestazione del 25 ottobre, si parla di uno sciopero generale, siamo a uno scontro vero sul piano sociale, perché se tutto quello che Renzi ha messo in fila va in porto, i rapporti sociali e sindacali cambiano radicalmente. Il governo ha scelto i contenuti della Confindustria, decidendo di attaccare frontalmente i diritti: articolo 18, cancellazione dello statuto dei lavoratori. Il tentativo di dire “la Fiom o Landini sta cercando di fare un partito” è un’operazione di bassissimo livello che vuole solo delegittimare l’opposizione che stiamo provando a fare alla politica di Renzi. Buttano la palla fuori dal campo. Ma non glielo facciamo fare.

Si ricorda l’imitazione di Bertinotti che faceva Corrado Guzzanti? L’atomizzazione della sinistra… È andata così, non è rimasto nulla.
Questa è un’altra questione, sulla quale sono certamente d’accordo. Però già nel 2010, all’indomani della manifestazione in piazza San Giovanni, scrissero che volevamo fare un partito.

Lei dice cose di sinistra.
Le ho sempre dette e pensate. Semplicemente prima non mi conosceva nessuno. Dicono che buco lo schermo perché riesco a farmi capire, ma questo dipende dall’esperienza che ho fatto nel sindacato.

Vabbè, ma non è mica sposato con la Fiom.
Io ho un patto con il sindacato. 
Non posso nemmeno immaginare che un iscritto della Fiom possa pensare che l’ho utilizzato per fini personali. Ho preso un impegno, il mio mandato scade fra tre anni. Nessuno mi crede, ma è così.

Ma non potrebbe fare le stesse cose in Parlamento?
È un altro mondo. Il vuoto politico che indubbiamente c’è a sinistra non lo può riempire un leader calato da Marte e non lo si può fare nemmeno incollando insieme tante realtà, frammentate tra loro. Nella mia testa io mi vedo sindacalista. Aggiungo: quando dico i lavoratori non hanno un riferimento politico, penso a tutte le persone che per vivere devono fare un lavoro salariato. E siccome sono quelli che producono la ricchezza, hanno il diritto di avere un’adeguata rappresentanza in Parlamento. Bisogna però prima creare le condizioni per un movimento in cui sono i cittadini a decidere quello che verrà. L’idea dell’uomo carismatico che risolve tutti i problemi è una stupidaggine.

Si sente ancora comunista?
Non ho studiato Marx, quando ho preso la tessera della Fgci non capivo quasi nulla. Mi sono sempre sentito una persona che stava dalla parte dei più deboli e di quelli che lavorano. Mi danno fastidio le ingiustizie e le disuguaglianze. E adesso sono molto arrabbiato, perché non ho mai visto così tanta disuguaglianza sociale. Penso ai cassintegrati, ai disoccupati, ai precari, a quelli che s’ammazzano perché non sanno come tirare a campare. Il lavoro non è una merce che si compra e vende, perché attraverso il lavoro le persone trovano non solo i mezzi per sostentarsi, ma anche realizzazione e dignità.

Il 25 ottobre sarà un altro Circo Massimo?
Allora il presidente del Consiglio si chiamava Silvio Berlusconi, oggi il premier è il segretario del Pd. Non c’è più semplicemente l’attacco all’articolo 18 e allo statuto dei lavoratori. In questi anni il mondo del lavoro si è spezzettato, il tasso di astensione elettorale è ulteriormente aumentato. Il peggioramento è generale. Oggi ricostruire un punto di vista comune è più difficile rispetto al 2002. Però sento crescere attorno alla Fiom e alla Cgil un consenso che mi fa dire che il 25 sarà l’inizio di una lotta: adesso andare in piazza non basta. Bisogna porsi il problema di quanto essere duri per fermare i piani del governo. Il messaggio che bisogna mandare è che oltre alla manifestazione, oltre allo sciopero generale che va fatto, ci saranno altre iniziative per portare avanti un progetto alternativo a quello del governo. Ci sono altri modi per reperire risorse: combattere l’evasione fiscale, la corruzione, cancellare la riforma delle pensioni. In Parlamento è finita la discussione, non è più il luogo in cui i rappresentanti dei cittadini possono far valere un’opposizione efficace al governo: la delega in bianco sul decreto lavoro è la prova lampante. Allora bisogna dimostrare in altri modi e in altri luoghi che il governo non rappresenta la maggioranza del Paese. La gente mi ferma per la strada e mi dice: tenete duro.

Da Il fatto quotidiano del 19 ottobre 2014