Il costo dei flussi di capitali illegali è altissimo, specialmente per i paesi in via di sviluppo ed anche per quelli che, come l’Italia e la Grecia, non riescono a far ripartire la propria economia. Al forum internazionale sul futuro dell’economia dei paesi in via di sviluppo, tenutosi a Copenaghen ed organizzato dal Copenaghen Consensus Centre, a 62 economisti è stato chiesto quali sono gli ostacoli principali allo sviluppo economico nei prossimi 15 anni. Molti hanno parlato della sicurezza alimentare o della diffusione dell’istruzione ma uno, Alex Cobham, ha individuato nella fuga dei capitali la causa principale dell’arretratezza economica e delle difficoltà future di sviluppo.

I dati parlano da soli: dal 1980, 20 nazioni africane hanno perso annualmente circa il 10 per cento del proprio Pil. Secondo il Global Financial Integrity Institute (GFI) nel 2011 i paesi in via di sviluppo hanno perso mille miliardi di dollari. Nello stesso anno 85 miliardi di dollari sono fuoriusciti illegalmente dall’economia indiana. Questo soldi volano principalmente verso i paesi occidentali dove sono investiti o spesi. Ciò che conta è che vengono sottratti al paese di origine, dove questa ricchezza viene generata.

Secondo Cobham, la fuga dei capitali è pari a 10 volte il volume totale degli aiuti economici ai paesi in via di sviluppo. Una cifra che da sola potrebbe seriamente aiutare lo sviluppo.

Esistono vari modi per sottrarre alla propria economia questi profitti ma da quando è entrato in vigore il Patriot Act americano, che obbliga chiunque trasferisca dollari di comunicarlo alle autorità monetarie statunitensi, è diventato sempre più difficile usare canali istituzionali, ad esempio le banche. Il metodo più comune oggi è l’esportazione di contante attraverso il contrabbando. Il contante viene poi riciclato con l’aiuto di network specializzati ubicati nei paradisi fiscali, ad esempio attraverso l’acquisto di immobili o beni durevoli di lusso dalle barche a vela ai gioielli ed agli orologi di marca.

Esistono anche metodi cosiddetti legittimi, primo fra tutti la tax avoidance, non si tratta di evasione fiscale, che è illegale, ma della possibilità di evitare di pagare le tasse in una paese scegliendo di farlo in un altro. E’ questo il caso delle grandi multinazionali come Amazon che possono ubicare il proprio domicilio fiscale globale nella nazione dove più bassa è la tassazione.

Altro metodo famoso è cambiare i prezzi delle bolle di esportazione e farsi pagare la differenza all’estero. Questo è un metodo molto diffuso in Africa.

Mentre esistono molti dati relativi alla fuga dei capitali dai paesi africani o da quelli in via di sviluppo, non è facile reperire quelli dei movimenti di capitali all’interno di Eurolandia. In parte perché non esistono restrizioni ed ognuno è libero di spostare i propri soldi dove vuole, in parte perché dal punto di vista monetario l’area dell’euro è considerata omogenea. Il problema è un altro, la mancanza di armonizzazione fiscale e cioè l’esistenza di sistemi di tassazione diversi da un paese all’altro. Solo sotto questo punto di vista è possibile per le autorità nazionali fare qualcosa per punire chi porta i capitali all’estero.

Il dilemma europeo è accentrato sulla mancanza di fiducia nei confronti delle economie più povere, tra le quali l’Italia, non solo da parte dei grandi investitori ma anche da parte della popolazione più ricca. Che poi è quello che succede a anche nei paesi in via di sviluppo. E’ chiaro che se continuiamo ad investire fuori contribuiamo al processo di impoverimento dell’economia, esattamente come succede in Africa da decenni.

Ma pretendere che a cambiare questo trend sia la popolazione è un sogno, c’è bisogno di politiche e riforme ad hoc, nel caso dell’Europa ciò potrebbe significare, almeno per un certo periodo, l’imposizione di misure atte a controllare e limitare l’esportazione dei capitali all’estero. Una decisione questa molto, ma molto, più difficile ed infinitamente più coraggiosa da parte del governo della sfida lanciata a Bruxelles relativa al cambiamento dei parametri del pareggio di bilancio